Intervista a Emanuela Pacotto

Emanuela Pacotto
Emanuela Pacotto è una doppiatrice ed attrice italiana. Ha doppiato numerosi personaggi di serie animate giapponesi, ma in questa intervista vi sveliamo tanto altro del mondo di Emanuela e della sua carriera artistica.

Emanuela PacottoIniziamo dal principio: leggo di te che hai iniziato la tua carriera da piccolissima, partecipando a diversi concorsi canori. Ma il canto non è la tua unica passione, anzi, c’è anche teatro, fiction, tv e la danza. Quando le passioni hanno la fortuna di intrecciarsi con il lavoro, deve essere il lavoro più bello del mondo.. E’ così?
In realtà all’inizio è stata “la passione della mia mamma“. Da giovane aveva studiato canto lirico ma non aveva avuto la possibilità di continuare e avendo avuto due bimbe ha voluto forse realizzare il suo sogno attraverso di noi. Così ha avvicinato prima mia sorella, più grande, e poi me al canto.

Abbiamo partecipato a diversi concorsi canori come soliste fino a quando siamo entrate a far parte del coro dei Piccoli Cantori di Ninì Comolli. Quasi sempre, quando sei piccolo (io avevo 7-8 anni) è più una scelta dei genitori che tua. Di quel periodo ricordo soprattutto il gran divertimento. Spesso nei week end il Coro veniva invitato a fare spettacoli fuori Milano e si raggiungeva il posto con il pullman.

I genitori seduti tutti davanti ed i ragazzini tutti dietro a fare “casino”. Sembrava di essere in gita scolastica.
Non fraintendetemi, massima professionalità sul palco, altrimenti Ninì Comolli ci bacchettava, ma lo spettacolo era per noi un pretesto per divertirsi. Non c’è mai stata nessuna costrizione.

Mia madre ci ha sempre tenute coi piedi per terra. Infatti, crescendo, mia sorella si è dedicata ad altro mentre per me il divertimento è diventato una impegno serio che mi ha spinto verso scelte ben precise.

Mia madre mi ha sostenuto ma solo perché ha sempre visto in me massimo impegno e grande determinazione. Ricordo quando mi disse: <<Hai solo 17 anni, hai tempo, aspetta>>. Ma io ho voluto fare l’audizione all’Accademia d’Arte dei Filodrammatici, dove sono stata presa e ho affrontato l’ultimo anno di liceo ed il primo anno di Accademia di recitazione contemporaneamente.

Quindi diciamo che ho fatto di tutto perché la mia passione diventasse anche il mio lavoro. Non avevo pomeriggi o sabati con gli amici o festicciole in discoteca. Finivo la scuola alle tre meno un quarto, mia madre mi veniva a prendere e mi accompagnava a danza. Finivo la lezione alle quattro e mezza e correvo in Accademia dalle cinque fino alle otto. Tutti i giorni. Poi tornavo a casa e facevo i compiti fino alle undici di sera e nei week end. Ma non rimpiango niente di quello che ho fatto.

Si è il lavoro più bello del mondo e come disse il grande Edoardo: <<Ho fatto l’attrice perché non avrei potuto fare nient’altro!>>.

A quali canzoni del tuo repertorio musicale sei più legata?
Non ho un repertorio musicale e non sono le canzoni che hanno scandito la mia vita, ma se ti riferisci al concerto iDOL che ho fatto quest’anno a Lucca Comics 2012, posso dirti che le canzoni giapponesi che ho scelto di cantare rappresentano tutto il mio Universo in questo momento.

Sono sigle di anime e gli anime rappresentano molto per me. Quelle sigle sono musiche e canzoni bellissime che mi hanno permesso di rivivere e condividere con i miei amici-fan, durante il concerto, tutto il percorso che mi ha fatto arrivare su quel palco.

L’emozione è stata fortissima e quando ho intonato l’ultima canzone avevo un nodo alla gola. E posso confessarti che quando ho rivisto le immagini del concerto e mi sono resa conto per la prima volta di quello che era successo… ho pianto.

Se volete emozionarvi anche voi eccovi il link al video del concerto
http://youtu.be/Sq0cTu4UWkU

Hai fondato poi una delle primissime band musicali per adolescenti: i TEEN AGERS. Vuoi raccontarci questa esperienza?
Caspita! I “Teen Agers“. Sei davvero stra-documentata!

In realtà non li ho fondati io. Come ti ho già accennato facevo parte del coro dei Piccoli Cantori, solo che a 15 anni non eravamo più tanto piccoli. Fra i grandicelli c’era anche la figlia di Josè Mascolo, il maestro di Fred Bongusto che decise di creare con noi un nuovo gruppo.

Le canzoni erano molto belle. Siamo stati ospiti in diversi programmi e ricordo abbiamo fatto anche un servizio fotografico ufficiale fra gli aerei da turismo dell’aeroporto di Bresso. Ma poi il progetto non ha spiccato il volo.

Eravamo tanti, forse troppi e ognuno ha cominciato a seguire la sua strada. Alcuni erano stufi di cantare, altri si sono iscritti al Conservatorio, io ho cominciato a studiare recitazione e ho scelto di fare l’attrice. Come è giusto che sia ognuno ha inseguito i suoi sogni.

La danza è una delle tue primissime e amate passioni: il non essere purtroppo riuscita ad entrare nel corpo di ballo de La Scala di Milano non ti ha comunque fermata nell’intraprendere il tuo percorso artistico. Poi ti sei riscattata. Vuoi raccontare come? Ciò per dimostrare che in qualche modo chi ha tenacia e talento alla fine riesce nel suo intento.
In realtà è stato “il destino”!

Mi piaceva molto la danza così quando ho finito le elementari ho fatto l’esame per entrare alla Scuola di Ballo del Teatro La Scala di Milano. Ho superato le prime due selezioni e l’ultimo esame era un mese di corso.

In realtà io non avevo mai studiato danza. Sono arrivata in sala il primo giorno che non avevo idea di cosa fosse un pliè mentre c’erano accanto a me ragazzine che avevano la “sbarra” in casa con la mamma ex ballerina che faceva loro lezione tutti i giorni. Risultato: dopo un mese di lezioni sono stata scartata. Contemporaneamente però, grazie al Coro, ero stata chiamata per fare un provino al Piccolo Teatro di Milano. Niente meno che Giorgio Streheler, il quale stava cercando bambini per mettere in scena La storia della Bambola abbandonata.

Aveva provinato tutte le scuole di Milano e indovinate un po’? Fra più di 600 bambini sono stata scelta. E così all’età di 11 anni ho debuttato in teatro a La Piccola Scala con la regia di Streheler.

Direi che senza nessun rimpianto la mia strada era segnata.

Hai subito il fascino del Teatro lavorando con grandi maestri: quali sono le emozioni che più predominano in te sul palco?
Nella mia breve carriera teatrale ho lavorato davvero con i grandi. Ho debuttato con Giorgio Streheler ed Ernesto Calindri è stato il mio maestro in Accademia e con lui sono stata protagonista della commedia “Indovina chi viene e cena”.

Però mi sono allontanata molto presto dal palcoscenico, e ti spiego perché.

Il teatro è una rappresentazione con la presenza del pubblico ma per me che ci sia il pubblico o no mi è indifferente. Non fraintendermi però, è fondamentale “sentire” il pubblico. Con la tournèe abbiamo attraversato l’Italia e ho sentito il pubblico cambiare ogni sera. A seconda della regione, della latitudine, l’umore della gente cambia. Nei primi minuti in scena devi capire che aria tira e trovare il modo di tenere sveglia l’attenzione dello spettatore. E’ stata una grandissima palestra. Ma il rischio è cedere alle lusinghe del pubblico.

Quando entro in scena, tenendo vigile l’attenzione, alzo la famosa “quarta parete” ma ho visto attori “gigioneggiare” fuori luogo o indugiare oltre modo su una battuta o su una pausa con l’unico scopo di strappare un applauso a scena aperta e questo mi ha molto deluso.

Il contatto col pubblico non ha paragoni.

Tu lavori e il risultato, la gratificazione, arrivano immediatamente; si chiude il sipario e partono gli applausi. Ma è anche molto pericoloso. Ci sono attori che non possono più vivere senza applausi.

Personalmente cerco di dare tutto quello che ho da dare ma senza aspettarmi niente in cambio. In tournèe mi è capitato di fare spettacoli perfetti e avere dei tiepidi applausi. Di farne altri senza ritmo, con entrate in scena in ritardo e avere applausi di venti minuti. Non puoi sentirti gratificato solo dagli applausi. Sai in cuor tuo se hai dato il massimo.

Sai qual è il ricordo più prezioso della mia stagione in teatro? Abbiamo debuttato nello splendido Teatro Nuovo di Mirandola. Alla fine dello spettacolo sento bussare alla porta del mio camerino e si affaccia una signora. “Mi scusi mia figlia voleva conoscerla” e vedo far capolino da dietro le gambe della mamma una bimba un po’ intimorita che mi guarda e dice “Ma non è lei”. E’ stato il più bel complimento che abbia mai ricevuto. La magia del teatro era riuscita. In scena ero “il personaggio” in camerino ero tornata Emanuela e la bimba non mi aveva riconosciuta. E così deve essere. Quando smetto di lavorare smetto di recitare. Alla fine mi sono allontanata dal teatro senza rimpianti e direi che le soddisfazioni non mi sono mancate.

Anche la tv ha catturato la tua attenzione: dapprima come attrice, poi anche come doppiatrice. Quali sono le differenze principali tra interpretare con la propria persona e tra “prestare” la voce alle attrici?
Nuova confessione.

Mentre frequentavo l’Accademia sentivo “gli attori” denigrare il doppiaggio, si diceva “parla in doppiaggese”. Era visto un po’ come un lavoro di secondo ordine. Sto parlando di tanti anni fa.

Poi ho cominciato a fare doppiaggio, casualmente, e mi sono resa conto che è un lavoro diverso ma altrettanto nobile.

Anzi, io ringrazio il doppiaggio che mi ha “insegnato a parlare”.

Nel doppiaggio usi una recitazione molto naturale, puoi giocare con mille sfumature, puoi anche sussurrare le parole, nel teatro no. In più quando doppi ti concentri solo sulla voce, non importa quello che sta facendo il resto del corpo. Con l’attenzione focalizzata solo su quella arrivi a perfezionare lo strumento vocale a livelli altissimi. Di contro c’è che quando lavori come attore hai la massima libertà, leggi un copione poi discuti col regista o con lo sceneggiatore e insieme si trova il modo di mettere in scena il personaggio.

Come si dice “ci puoi mettere molto del tuo“. Lavori per un mese provando e riprovando lo stesso testo cercando di arrivare al risultato migliore. Col doppiaggio invece spesso è “buona la prima”. E’ molto diverso. Nel doppiaggio molte volte ti limiti a capire ed a duplicare quello che ha già fatto l’attore.

La bravura del doppiatore sta nel cercare di restare il più fedele possibile all’originale.

I due lavori sono molto diversi ma entrambi difficili e interessanti.

Qual è il personaggio più simpatico che hai doppiato? Vuoi raccontarci qualche episodio divertente legato a questo mondo?
Beh come tutti sanno “Rina Inverse” rimane il personaggio più divertente e simpatico che abbia incontrato sulla mia strada. Però mi viene in mente un’altra serie doppiata recentemente: “Il mondo segreto di Ani Yoko“.

Protagonisti tre animaletti provenienti dal mondo di Ani Yoko che fanno amicizia con una bimba. Io doppiavo Banni, uno dei tre animaletti. Un coniglietto bianco, con un graziosissimo vestitino rosa, sembrava tenerissima ma passava tutto il tempo a combinarne di tutti i colori agli altri due. Era cinica quasi diabolica ma con l’aria da angioletto e questo creava situazioni davvero esilaranti.

A volte finivo di doppiare una scena scoppiando a ridere insieme al fonico e al direttore, Patrizio Prata. Banni ci era diventata così simpatica che inventavamo battute su di lei. “Dov’è che appendi i vestiti? Sull’attaccaBanni!

Se si riesce a lavorare divertendosi il risultato sicuramente ci guadagna.

Hai anche interpretato il ruolo di Marika nella serie televisiva di “Kiss Me Licia“: come ti sei ritrovata ad affrontare l’enorme popolarità che la serie ha destato tra i tanti bimbi dell’epoca?
Popolarità?

Tolta Cristina D’Avena che all’epoca era già famosa, quelli che sono diventati davvero popolari sono stati i Bee Hive, i quali non potevano più uscire di casa.

A causa della bellezza di Satomi sono stata sicuramente una delle ragazze più invidiate dell’epoca.

Ricordo un giorno in cui abbiamo girato un concerto dei Bee Hive in una discoteca fuori Milano. Nelle serate precedenti avevano avvisato che ci sarebbero state le riprese invitando la gente a partecipare per fare il pubblico.

Quando siamo arrivati hanno dovuto fare un cordone di sicurezza perché non venissimo assaliti dai fan. Ricordo che mentre giravano le scene del concerto, io e le altre protagoniste del telefilm, sparpagliate fra il pubblico, abbiamo rischiato di essere travolte dalla folla e non una folla di adolescenti ma di “signore” che con la scusa di accompagnare i loro bambini partecipavano al concerto saltando, gridando i nomi dei ragazzi, strappandosi i capelli e rischiando di travolgere i loro stessi bambini, troppo piccoli in mezzo a quella confusione. Se ci ripenso mi sembra ancora impossibile.

Ma la cosa che mi sorprende di più è il successo che abbiamo ancora oggi.

Tanti amici mi hanno cercato su Facebook non perché sono la voce di Bulma o di Nami ma perché sono stata Marika dei telefilm di Licia. Ragazze diventate mamme che riguardano oggi il telefilm insieme ai loro bimbi. Mi è capitato ancora poco tempo fa che mi riconoscessero, per strada o in un grande magazzino. Questo mi lascia davvero senza parole e… mi commuove.

Siamo stati gli idoli di una generazione e forse anche più d’una.

Progetti imminenti?
Dopo l’impegno per realizzare il concerto iDOL a Lucca sono davvero “svuotata”. Ma non preoccupatevi. Mi basta poco per riprendermi e, a parte gli impegni a breve con Barbie ed i Pokemon, ho in mente altre cose che vorrei concretizzare.

Ma non voglio anticiparvi niente. Rimanete sintonizzati sulla mia fan-page Facebook www.facebook.com/PacottoEmanuela, sul mio sito web www.emanuelapacotto.it o iscrivetevi al mio canale su YouTube www.youtube.com/user/emanuelapacotto.

Prossimamente spunteranno “novità”!

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Giornalista. In special modo seguo mostre di artisti contemporanei, spettacoli teatrali, anteprime cinematografiche e tutto ciò che mi incuriosisce.

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