Intervista ai Raindogs

I Raindogs sono una band romana composta da quattro elementi, attiva da diversi anni sulla scena musicale. La band propone un repertorio originale in lingua inglese e sfugge ad una precisa definizione di genere, spaziando dal garage al Rock and Roll, dal Blues semipsichedelico al Roots Rock. Attualmente i Raindogs hanno all’attivo due EP, entrambi autoprodotti, East of Town e Next Stop.

RaindogsIl nome della band è stato scelto grazie all’album omonimo di Tom Waits, che dichiara di aver coniato il nome per definire coloro che vivono per strada, paragonandoli come ai cani randagi che quando piove perdono l’olfatto e non riescono a tornare a casa. I RainDogs “vivono” di emozioni on the road per le loro composizioni?
Jaco: Inizialmente lo spirito della band era quello di portare avanti tematiche suburbane viste con occhi innocenti, senza necessariamente uno spirito critico sociale.

Vivere il turbamento della periferia dal proprio rifugio, proprio come farebbe un “Rain dog“, con brani come Train from the East of Town ed Every Night appartenenti al nostro primissimo EP East of Town del 2008 ne sono un esempio.

Oggi la band con l’EP “Next Stop” pone uno sguardo più rarefatto e distorto alla realtà quotidiana, insomma, meno romantico, spostandosi idealmente molto fuori i confini della città.

La musica ed i testi, difatti, sono strettamente di matrice ed ispirazione Americana. In che modo viene quindi concepita la vostra musica in Italia?
Jaco: Per quanto riguarda i testi inizialmente lo erano, oggi non so. Prima di scrivere un testo leggo sempre qualche racconto dello scrittore Dino Buzzati.

Ci aiuta a cogliere quel lato onirico e franco del nostro fare musica in una nazione dove si fa fatica ad emergere da soli.

Purtroppo siamo ancora “etichettati” come una band troppo “classic rock”; chi vi trova affinità anni Settanta, chi blues e chi southern rock. Con il feticismo con cui si “appiccicano” le etichette musicali nel nostro paese non credo che troveremmo mai una collocazione.

L’unica modo per capirlo veramente e farvi un’idea è quella di ascoltarci suonare dal vivo. Siamo una band che fa musica!

Numerosi live vi hanno condotto in giro per l’Italia, ma qual è il luogo prediletto dove vorreste suonare?
Andrea: Ovviamente ci sono molti ottimi locali rock in Italia in cui non abbiamo ancora suonato. Ci piace essere dei sognatori, per cui non poniamo freni al sogno.

La dimensione ideale dei RainDogs in Italia ancora non esiste. Per noi sarebbe l’ideale suonare in un grande festival all’aperto in cui far convivere i grandi nomi e le “matricole” del rock, sul modello di tanti eventi europei che ogni anno attirano anche moltissimi ragazzi italiani.

Ci piace pensare che, il giorno in cui questa realtà si concretizzerà, saremo pronti per farci vedere (e sentire!) da quelle parti.

Parliamo del vostro ultimo lavoro, “Next Stop“: musicalmente ed umanamente, cosa è cambiato dal vostro debutto nel 2007?
Jaco:Next Stop” è un EP più rock e diretto rispetto a quello del nostro esordio dove l’organo incideva molto sul sound.

Oggi non avendo più nelle nostre scuderie il buon vecchio Dan alle tastiere, le chitarre hanno preso il sopravvento.

Abbiamo inserito anche strumenti della tradizione americana come l’armonica ed il banjo a fare da contrappunto alle canzoni.

Lover of the slum” e “Misty rain of summer” sembrano voler abbandonare definitivamente gli scenari musicali e tematici più urbani evocati in passato per instradarsi verso praterie musicali di ampio respiro e portarci chissà, ad incidere un album completo in futuro.

Come vivete la condizione musicale italiana?
Andrea: Con la consapevolezza, purtroppo, di essere pesci fuor d’acqua. La fruizione della musica leggera in Italia è ancora legata ad etichette, stereotipi e visioni vecchie di anni, se non decenni.

Soprattutto, in giro c’è moltissima immagine e pochissima musica. Per una band concreta e umile come la nostra è arduo spiccare tra chi usa qualsiasi mezzo per promuoversi tranne la musica stessa, soprattutto nell’era di Internet e del tasso di concentrazione che non va oltre i 30 secondi.

Musica ed internet: come la musica si è evoluta con le nuove tecnologie e come i RainDogs le adoperano?
Andrea: Tacciateci pure di essere dei dinosauri, ma per la musica dei RainDogs l’ultima invenzione significativa è stata quella delle valvole!

Scherzi a parte, ovviamente le nuove tecnologie cambiano completamente il rapporto tra band e pubblico. Il complesso rock non è più un oggetto misterioso e irraggiungibile che guarda i fan dall’alto del palco, ma deve saper navigare nel mare magnum della rete per farsi conoscere, apprezzare e sostenere.

Ovviamente non ci facciamo mancare nulla, abbiamo una pagina Facebook, un Myspace, siamo presenti su Bandcamp e così via. Tutti mezzi tramite i quali possiamo far ascoltare i brani di “Next Stop” con immediatezza e velocità.

Non dimentichiamo la dimensione live che per una band è sempre un punto di crescita e confronto. In che modo affrontate i vostri fans e coloro che vi ascoltano per la prima volta?
Andrea: La frase chiave è “senza filtri”. Difficilmente chi ci conosce bene vedrà differenze tra i RainDogs sopra e sotto il palco; chi invece non ci conosce affatto percepirà non solo quello che facciamo, ma anche qualcosa di come siamo.

Per parafrasare Michael Stipe, “These are RainDogs, and this is what we do“.

Dove vi vedremo suonare prossimamente?
Mario: abbiamo già diverse date pronte nella Capitale, continueremo a suonare a Roma e tra pochi mesi ci spingeremo verso il Nord Italia, per farci conoscere e sperare di ricevere un ottimo feedback da un pubblico nuovo.

Progetti futuri?
Mario: il nostro progetto principale per il futuro è realizzare 12 o 13 canzoni, tutte di ottimo livello, che ci rappresentino al meglio, in cui si senta il tocco personale di ognuno di noi, in modo tale da realizzare un grande album.

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Giornalista. In special modo seguo mostre di artisti contemporanei, spettacoli teatrali, anteprime cinematografiche e tutto ciò che mi incuriosisce.

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