PATRIA

IL FILM ISPIRATO ALL'OMONIMO LIBRO DI ENRICO DEAGLIO

REGIA:  Felice Farina
SCENEGGIATURA: Beba Slijepcevich, Felice Farina, Luca D’Ascanio
GENERE: Drammatico
ATTORI: Francesco Pannofino, Roberto Cifran, Carlo Giuseppe Gabardini
MUSICHE: Valerio C. Faggioni
FOTOGRAFIA: Roberto Cimatti
MONTAGGIO: Esmeralda Calabria
SCENOGRAFIA: Nino Formica
SOGGETTO: Beba Slijepcevich, Felice Farina
COSTUMI: Antonella Balsamo
DISTRIBUZIONE: Cinecittà Luce
PRODUZIONE: Nina Film
PAESE: Italia, 2014
DURATA: 87 Min

TRAMAItalia, periferia di una grande città, Torino. Una fabbrica, l’ennesima, sta per chiudere e licenziare i suoi operai. Tra questi, Salvatore Brogna, siciliano trapiantato al nord, decide di sfogare questa e altre amarezze della vita salendo sulla torre dello stabilimento per protestare. Lo raggiungono Giorgio, operaio e rappresentante sindacale, e, successivamente, Luca, ipovedente assunto come categoria protetta.  Nell’arco di una notte, pur con punti di vista politici e ideali opposti, i tre, abbandonati da tutti e nella disperata attesa che arrivi qualche giornalista, ripercorrono gli ultimi trent’anni della vita del Paese, cercando di rispondere alla domanda: come siamo arrivati su questa torre?

Tre uomini soli in cima alla torre di una fabbrica. Perdita del posto di lavoro, abbandono delle certezze. Un operaio, un sindacalista e un disabile si ritrovano a discutere di politica e di vita stretti dalla necessità. La domanda ricorrente è sul perché, oggi, l’Italia si trovi in questa situazione di crisi. Il destino di ognuno allora si intreccia con il destino di tutti ed è naturale ripercorrere le vicende che hanno attraversato l’Italia da 30 anni a questa parte.

Trent’anni di immagini di archivio (grazie alla Teche Rai), dal bianco e nero al colore, dalla fine dei 70 alla fine del 2000, con spezzoni di interviste e di telegiornali, immagini di repertorio man mano che i tre uomini si parlano.

Il regista del film, Felice Farina, compie l’impresa titanica di trasformare in un’ora e mezza di cinema “Patria”, libro di novecento pagine di storia italiana scritte da Enrico Deaglio. In concorso alle Giornate degli autori, sezione parallela della Mostra di Venezia, il film  intreccia la notte di protesta dei tre operai con terrorismo, stragi, corruzione, politica, ribaltoni di governo, magistrati, suicidi, casi internazionali, banchieri.

Quindi l’Italia di ieri per raccontare l’Italia di oggi. “Una danza perversa di eventi e occasioni mancate che ci hanno portato al presente”, come afferma il regista.  E lo spettatore, quello più avveduto che conosce la storia del proprio paese, viene ricacciato in quegli anni grazie al sapiente montaggio che lega le parole dei tre alle immagini che scorrono sullo schermo.

Il film mantiene l’ossatura del libro, con la volontà dichiarata di tenere intrecciato il discorso in un susseguirsi di fatti che si alimentano uno dall’altro.

Il sindacalismo in crisi è incapace di fare fronte alla rabbia degli operai e viene accusato di essere in qualche modo “colluso” con il padronato. E tra Salvo, interpretato da un sempre grandioso Francesco Pannofino, e Giorgio (Roberto Citran) si instaura un discorso che è la sintesi migliore del film. Uno iato ideologico tra l’operaio di destra, berlusconiano e un po’ fascista e il sindacalista di sinistra o “depresso di sinistra” (un po’ ancorato al “comunismo” che fu, quello di Berlinguer, ma adesso “democratico”) fatto anche di stereotipi.

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