IL GIOVANE FAVOLOSO

Uno straordinario Elio Germano nei panni del poeta Giacomo Leopardi confonde il passato con il presente

il-giovane-favoloso-16Questa volta Mario Martone l’ha fatta grossa. Il progetto che si è dato da portare a compimento è più che ambizioso. Il giovane favoloso, interpretato da Elio Germano e messo a tesa in giù sul cartellone pubblicitario del film, è il racconto storico-biografico di Giacomo Leopardi, uno dei massimi autori della letteratura mondiale e, forse, il più ostico. Non certo per i versi, dotati di eccelsa musicalità, ma per il suo pessimismo ostinato, per un certo spleen, come si direbbe oggi, che pervade ogni suo componimento, la sua filosofia.

Un autore difficile da digerire per il grande pubblico, almeno apparentemente. Martone sa rappresentare bene questa oscurità del personaggio, ma non la lascia sola. La unisce all’ironia, al sarcasmo, alle spinte vitali che l’autore possedeva, ma che traspare assai poco dai testi scolastici. Purtroppo.

Insomma il rischio era quello di confezionare un polpettone depressivo, un mattone che precipita dai banchi di scuola dritto sulle gobbe degli spettatori. Invece no. Il Leopardi di Martone è attualissimo, un appassionato dissacratore della “prudenza” che ci tiene ancorati alle piccole sicurezze, che non ci fa rischiare. C’è uno straordinario Elio Germano ad incarnare questo animo perennemente inquieto, che vuole scappare, conoscere nuovi mondi, che immagina per sé milioni di passioni prima di precipitare nel cinismo quando le speranze si trasformano in disillusioni. L’interpretazione del poeta, che farà vincere a Elio Germano il David di Donatello, è naturale, spontanea, permette allo spettatore di immedesimarsi facilmente nel protagonista.

Il-giovane-favolosoEppure, a dividerci da Leopardi ci sono centinaia di anni, epoche storiche diverse, uno stato di malattia fisica che nel migliore dei casi può suscitare, per chi lo guarda dall’esterno, un’umana comprensione. A rendere odierno il poeta c’è anche la scelta delle musiche composte dal tedesco Sascha Ring, meglio conosciuto dai frequentatori di discoteche come Apparat. Intervallare i versi di Leopardi con i toni della cultura sub-urbana tedesca calza al pennello: doveva essere proprio quello, forse, l’umore del poeta (sebbene egli preferisse tutt’altri autori, come Rossini, all’epoca molto in voga). L’incastro funziona.

Funzionano Massimo Popolizio e Isabella Ragonese, nel film rispettivamente padre e sorella di Leopardi. Così come il lieve accenno all’omosessualità di Leopardi, mai chiarita, e al rapporto ambiguo con l’amico Antonio Ranieri (interpretato da Michele Riondino) che nel film traspare giusto per un momento, di sfuggita. Funzionano un po’ meno le scenografie, forse poco sporche, considerato che in quelle case imperverserà, di lì a poco, la peste.

Il film viene presentato alla 71ª Mostra del Cinema di Venezia, ma non ce la fa. Eppure è un gran film.

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