C’ERA UNA VOLTA BON JOVI

Con "Burning bridges" ha toccato il fondo

BON JOVI – BURNING BRIDGES – MERCURY RECORDS – 2015

Formazione: Jon Bon Jovi – voce e chitarra; John Shanks – chitarra; Hugh McDonald – basso; Tico Torres – batteria; David Bryan – tastiere

Produzione: John Shanks & Jon Bon Jovi

Titoli: 1 – A teardrop to the sea; 2 – We don’t run; 3 – Saturday night gave me Sunday morning; 4 – We all fall down; 5 – Blind love; 6 – Who would you die for; 7 – Fingerprints; 8 – Life is beautiful; 9 – I’m your man; 10 – Burning bridges

 Burning bridges 1

Era tanto tempo che non mi arrabbiavo per iscritto e tutto sommato ci stavo benissimo, ma questo disco, più che farmi sobbalzare dalla sedia, mi ci ha fatto cadere pesantemente.

Faccio una dovuta premessa con le cosiddette attenuanti, dopodiché mi scateno: nonostante la dipartita del compagno storico Richie Sambora alla chitarra, e nonostante il sodalizio terminato con la Mercury Records dopo 32 anni, andava rispettato un obbligo contrattuale. Mancava un disco per la “buonuscita” e l’autorizzazione ad accasarsi altrove o fare da sé. Ecco le ragioni di questo album, assemblato frettolosamente con scarti dell’ultima decina d’anni, che già non rappresentano certo il meglio della carriera del nostro.

Prima della condanna ne faccio anche un’altra, di premessa: la cattiveria che state per leggere è soprattutto figlia dell’immenso affetto che provo per un personaggio capace di almeno una quindicina d’anni di carriera, direi fino a These days del 1995, di livello mondiale, che ha insistentemente accompagnato la mia vita.

Burning bridges 2

Però qui non siamo di fronte semplicemente ad un disco deludente come tanti. Qui siamo di fronte ad uno scandalo, per cui 15 euro sono davvero una rapina a mano armata.

Cominciamo dalla copertina e dalla confezione, sembrano le bustine con la fotocopia dentro, quelle dei vucumprà sulla spiaggia.

Poi l’ascolto, sconcertante. E’ roba scartata da anni e si sente tutta.

Disco infarcito di coretti alla “ale oh oh”, suoni commercialissimi, ma neanche pop, peggio. La chitarra di John Shanks dov’è? Speriamo in ritiro per qualche mese, fino al prossimo disco, o forse dovremmo dire al vero disco.

Noiosa l’opener Teardrop to the sea, mentre Blind love, che dovrebbe essere il grande lentone commovente, somiglia più ad una ninna-nanna per bambini; intollerabile We all fall down. Life is beautiful, traccia numero 8 buona per la pubblicità di una merendina, presenta per la terza volta lo stesso “Uooooh”, ma siamo su Scherzi a parte?

Vogliamo dire di Saturday night gave me Sunday morning? Una filastrocca, Jon Bon Jovi, si, lui, lo stesso di Blaze of glory e tante altre perle, è sempre sottovoce, canta col mal di gola per tutto l’album, come esempio lampante ascoltate, se ce la fate, Who would you die for.

I’m your man regala 20 secondi di cantato e di ritmo che sembrano vagamente paragonabili ai vecchi tempi, ma l’illusione cade subito; la conclusiva Burning bridges potrebbe essere un country suonato davanti alla fattoria, dedicato alla mamma.Burning bridges 3

Disco piatto, brutto davvero, era più dignitoso regalare le takes ai fan più accaniti attraverso il proprio sito. Un disco fatto per togliersi un dente, dimentichiamolo prima possibile e speriamo nel ritorno del vero Bon Jovi.

Scusa Jon, sei un mito per me, ma l’hai fatta proprio grossa!

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