LA GRANDE SCOMMESSA: QUANDO IL SOB DIVENTA POP

Il regista Adam McKay racconta la crisi finanziaria del 2008. Il crollo dell’economia mondiale diventa un film grottesco. Le risate, amare, sono assicurate.

“Mi sento come se fossi parte del pubblico di questo film. Credo di aver capito cos’è successo, ma non so se ho capito veramente”. Ryan Goslin, uno dei protagonisti de La Grande Scommessa, ammette le sue difficoltà. Proiettato nei cinema italiani a partire dal 7 gennaio, La Grande Scommessa (The big Short) racconta cosa è stata la crisi finanziaria del 2008. O meglio, prova a spiegarla. Oltre ad essere un ottimo film (ha già la nomination agli Oscar), l’ultimo lavoro del regista Adam McKay è un buon modo per fare il punto della situazione a otto anni dallo scoppio della crisi. Qualcuno ricorda come fu provocato il crollo finanziario del 2008? E chi furono i responsabili?

Il meccanismo è artificioso, astratto. Dice Adam McKay: “il mondo delle banche è davvero così complicato o semplicemente lo dipingono come complicato? Mi sono reso conto che in realtà è un mondo piuttosto semplice da capire. Ho provato a spiegarlo a mia figlia di 10 anni e alla fine anche lei ha capito. Io credo che i banchieri utilizzino appositamente termini complicati e pomposi, come a lasciar intendere che solo loro sono in grado di capire e di fare ciò che fanno. È una specie di truffa”. E per spiegare la truffa del secolo, quella che ha fatto crollare l’economia di mezzo mondo, McKay schiera una falange di attoroni: Christian Bale, Brad Pitt, Ryan Goslin, Steve Carell. L’obbiettivo del regista è far capire a quanta più gente possibile la bolla dei mutui subprime, e per farlo si avvale del linguaggio più semplice e immediato che esista: la comicità.

Gli viene facile, fa parte della sua biografia. Quand’era ragazzo, McKay girava per Chicago facendo teatro sperimentale con la sua compagnia e metteva in piedi spettacoli pieni di attivismo politico (aveva trasformato Noam Chomsky in un supplente di seconda elementare per spiegare ai bambini che il giorno del Ringraziamento rimanda al massacro dei nativi americani). Poi dal 1995 al 2001 è stato il regista del Saturday Night Live, il programma d’intrattenimento più seguito d’America. McKay ha in testa il ritmo dei tempi comici e in corpo la frenesia di una suffragetta. La Grande Scommessa è il film perfetto per lui.

La sceneggiatura è basata sul bestseller The Big Short: Inside the Doomsday Machine, scritto dal giornalista finanziario Michael Lewis che racconta cosa avvenne nei due anni precedenti al crollo. Il libro di Lewis scala le classifiche americane in un baleno, nel 2013 la Paramount ne acquista i diritti per trasformare il racconto in un film. L’anno successivo si scopre chi sarà il regista del lungometraggio, Adam McKay. Nel 2015 è pronto il cast, la Plan B Entertainment, di proprietà di Brad Pitt, si fa carico della produzione e dei diritti di distribuzione. Le riprese partono subito, spalmate tra New Orleans e Manhattan.  A dicembre 2015 il film è pronto. A fronte di 50 milioni di dollari di spese di produzione, The Big Short ne incassa 70,3 tra Usa e Canada (nel primo weekend italiano, circa 1,7 milioni di euro). La critica è entusiasta.

La bravura di McKay sta nel trasformare un argomento tecnico e noioso come quello finanziario un racconto pop che fa crepare dalle risate. Un altro merito è contenuto nel libro di Lewis da cui è tratto il film, come spiega lo stesso McKay: “ciò che più ho apprezzato del libro è il fatto di poter entrare in confidenza con un mondo sconosciuto, come quello della finanza, attraverso i personaggi”. Scopriamo i contorti meccanismi finanziari grazie a personaggi grotteschi che sono parte integrante del sistema e che sfruttano le peculiarità del mercato per trarne vantaggio.

Christian Bale, nei panni di Michael Burry, è l’investitore finanziario che intuì in anticipo la bolla dei mutui subprime riuscendo a guadagnare dopo lo scoppio della crisi. Ascolta speed metal, non parla con nessuno, porta gli stessi abiti per giorni interi e ha un occhio di vetro.

Ryan Goslin è Jared Vennet, personaggio basato su Greg Lippmann, trader di Deutsche Bank. Sullo schermo è un pomposo arrogante dai capelli leccati che va in giro per banche portandosi dietro un maggiordomo squinternato.

Steve Carell è Mark Baum (basato sulla figura dell’investitore americano Steve Eisman), un nevrotico e irascibile paladino della giustizia, sempre sull’orlo della crisi di nervi.

Infine Brad Pitt, che interpreta la figura dell’investitore finanziario Ben Hockett (nel film Ben Rickert), uno dei pochi che ha scommesso contro il mercato immobiliare in anticipo guadagnando una fortuna. È un salutista fissato, non mangia niente che non venga dal suo orto.

I personaggi sono reali, ogni protagonista ha concesso una full immersion all’attore incaricato di interpretarlo. Così com’è stata reale la previsione sulla crisi dei mutui subprime e tutte le iniziative che ogni protagonista ha intrapreso per trasformare il crollo in guadagno. La trama è dunque fedele ai fatti, sebbene molti osservatori abbiano fatto notare alcune mancanze, come il ruolo della Fed (la Banca Centrale americana) o le responsabilità di alcuni politici (uno su tutti Bill Clinton).

Sarebbe stato tuttavia impossibile condensare tutto in un film. Né lo scopo sembra essere quello di puntare il dito contro i malfattori, giacché un crollo di quelle dimensioni presuppone che le responsabilità siano molteplici e assai diffuse. Il punto è capire. Ed ecco che qui arrivano in aiuto una serie di figure pop che svelano agli spettatori gli enigmi principali di questo mistero.

Il compito di spiegare cos’è un mutuo subprime spetta all’attrice Margot Robbie (seconda moglie di Leonardo di Caprio in The Wolf of Wall Street). Immersa in una schiumosa vasca da bagno, Margot racconta di come la finanza abbia fatto fortune sul mercato dei mutui, considerati prodotti sicuri. Del resto, chi è che non paga il mutuo? Lo fanno tutti. Ma è anche vero che non tutti possono permettersi di acquistare casa. Così, per continuare a far soldi, le banche hanno iniziato a dare credito a famiglie che non erano in grado di ripagare il debito, trasformando un prodotto sicuro come il mutuo in un veleno ad altissimo rischio finanziario. Questi sono i mutui subprime.

Lo chef e personaggio televisivo Anthony Bourdain mostra come si cucina un CDO, le obbligazioni di debito collateralizzate. Poniamo il caso che io sia uno chef di un ristorante stellato e che mi rimanga del pesce invenduto che potrebbe diventare marcio. Buttarlo sarebbe uno spreco, potrei utilizzare quel pesce per farci un brodo. I  CDO sono esattamente questo. Un brodo, una scatola che contiene i debiti marci rimescolati sotto altra forma. Come dice Bourdain: “non è più pesce vecchio, l’ho trasformato in brodo”. Non è più un debito rischioso, è un CDO.

E cos’è un CDO sintetico? Seduti a un tavolo di blackjack, la pop star Selena Gomez e il premio nobel per l’economia Richard Thaler provano a spiegare come funziona. Durante il boom del mercato immobiliare nessuno pensava che i mutui fossero rischiosi. Essendo un prodotto redditizio, decido di scommetterci su. Un’altra persona vede la mia scommessa e a sua volta scommette che la mia puntata sarà vincente. E questo è il CDO sintetico: la scommessa, sulla scommessa, sulla scommessa che i mutui facciano guadagnare. A livello finanziario, una bomba atomica.

Ed è così che è andata la storia. Le banche hanno fatto finanziamenti a persone che non potevano ripagare i debiti. Essendo investimenti rischiosi, hanno impacchettato centinaia di mutui subprime nei CDO, mescolandoli con qualcosa di buono che potesse ancora valere sul mercato. Hanno addirittura creato dei CDO composti da altri CDO. E tutti ci hanno scommesso su, dando il via ai CDO sintetici. Quando la bolla è esplosa, ha fatto crollare l’economia di mezzo mondo.

Dopo tante risate, il film non poteva che finire in amarezza: la crisi ha bruciato 5mila miliardi di dollari di contributi pensionistici, ha creato 8 milioni di disoccupati, 6 milioni di persone hanno perso la casa. “E questo solo negli USA”, si legge sui titoli di coda. Il conto della crisi, come sappiamo, lo pagheranno i cittadini, non certo i banchieri. Stanley O’Neal, ad esempio, ha presieduto la banca d’affari Merrill Lynch fino al 2007. Quando ad agosto di quell’anno scoppierà la crisi dei mutui subprime, O’Neal si dimetterà guadagnando una buona uscita da 161 milioni di dollari. Sul finale del film si cita anche il celebre Henry “Hank” Paulson, a capo di Goldman Sachs fino al 2006. Liquidato con 111 milioni di dollari, Paulson diventa ministro del Tesoro e vara un piano di salvataggio del sistema bancario da 700 miliardi di dollari. Pagano i contribuenti.

A otto anni di distanza, sembra che i cittadini non abbiano ancora smesso di pagare. Come dice Steve Carell ne La Grande Scommessa, per questo disastro “daranno colpa agli immigrati e alla povera gente, persino agli insegnanti”. E non è una previsione, ormai è cronaca. Partito come un crollo finanziario e divenuto ormai una sorta di stato d’animo, un contesto in cui tutti noi siamo immersi, il fallimento delle maggiori banche americane è scomparso dalle cronache giornaliere per cedere il posto ad alt15ri nemici: i sindacati, gli immigrati, i poveri che votano per i populisti, “la rabbia del Paese”, eccetera. Questo film serve a ricordare l’origine dei nostri problemi.

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