AVREI VOLUTO ESSERE PANTANI

UN ATTO D'AMORE PER UN PERSONAGGIO ORMAI LEGGENDA

Dopo il tutto esaurito registrato per una settimana al Teatro Ambra alla Garbatella di Roma, al Nuovo Sala Gassman di Civitavecchia e al Bertolt Brecht di Formia, il 13 febbraio è tornato in scena al Teatro Studio Uno di Roma “Avrei Voluto Essere Pantani”. Uno spettacolo teatrale di e con Davide Tassi, per la regia di Francesca Rizzi, con la partecipazione straordinaria di Alessandro Donati. Ma un grazie particolare gli autori lo vogliono fare anche al campione di ciclismo su strada, Filippo Simeoni.

Lo spettacolo è un atto d’amore per lo sport, e una denuncia appassionata nei confronti del doping e del “sistema” che lo protegge.

L’autore conduce lo spettatore oltre l’apparenza, oltre la miriade di racconti che negli ultimi 11 anni hanno cercato e cercano ancora, inseguendo facili e suggestive teorie “complottiste”, di mettere a tacere qualsiasi seria riflessione sull’etica dello sport.

Accanto a Davide Torti, in scena troviamo Alessandro Donati (che ha dato un contributo importante anche alla stesura del testo), un personaggio di primo piano nella nostra storia sportiva, prima allenatore della nazionale di atletica e oggi icona internazionale della lotta al doping, impegnato proprio in questi mesi come allenatore del marciatore Alex Schwarzer.

Il protagonista dello spettacolo è un ciclista fra i tanti incontrati e intervistati dall’autore, nel lungo cammino di studio e di analisi che ha preceduto la scrittura. Il personaggio (di cui non si svela mai il nome) è stato un grande amico di Pantani, fin dai tempi dei dilettanti, e del campione svela gli aspetti più intimi, quelli che vanno oltre l’immagine precostituita, quelli che lo rendevano tanto fragile nel privato quanto spavaldo in pubblico. E mostra dall’interno i meccanismi, l’ipocrisia e la falsità che delineano i contorni di una vera e propria “mafia dello sport”, denunciando un sistema fatto da medici sportivi, allenatori, politica, istituzioni sportive, multinazionali farmaceutiche e sponsor che usano il doping e la salute dell’atleta per i propri interessi: le medaglie e le sponsorizzazioni.

Marco Pantani è una delle vittime di questo sistema, una vittima eccellente, un eroe tragico che, dopo essere stato portato a livelli di popolarità che vanno oltre il ciclismo e lo sport, viene usato dalla stampa e dalle Federazioni, prima per esibire i muscoli di una fantomatica lotta al doping, e poi per continuare a spremere l’immagine del Pirata fino all’ultima goccia.

Pantani, diversamente da tanti altri ciclisti, non riesce ad accettare di essere strumento, vorrebbe ribellarsi al sistema ma non ne ha la forza e si perde nel buio della depressione e della cocaina, fino ad annientarsi, fino a distruggere l’icona e con essa l’uomo. Verrà trovato morto in una stanza d’albergo di Rimini proprio il 14 febbraio, giorno di San Valentino.

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Lavora da oltre quindici anni nel campo del web e della comunicazione digitale. È un project manager e ha conseguito un Master in Politiche Sociali dopo essersi laureato all'Università degli Studi di Roma "La Sapienza" in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali. Prima, si era diplomato come perito di elettronica e telecomunicazioni. Se questo percorso non vi sembra lineare, allora leggete anche i suoi articoli.

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