SALA 8, LA PORTA PER IL PARADISO NELL’INFERNO DELL’URUGUAY

L'ORRORE RACCONTATO DALLA PENNA DI MAURICIO ROSENCOF

Sala 8 di Mauricio Rosencof, Nova Delphi Editore, 2013, 111 pagine, euro 12. 

La Sala 8 è una stanza di un ospedale militare di Montevideo, in Uruguay, in cui arrivano i prigionieri ridotti in fin di vita per essere rimessi in sesto, “ricostruiti”, al fine di riportarli di nuovo alla famigerata sala delle torture o anche alla “soluzione finale”, che a ogni latitudine significa morte. La voce narrante è quella di un desaparecido che allo stesso tempo è vittima e spettatore delle terribili umiliazioni e atrocità perpetrate dai militari contro gli oppositori del regime dittatoriale uruguaiano. Pesa l’ingombrante assenza di ogni briciolo di umanità e prevale la ferocia dell’uomo sull’uomo. L’unica salvezza per le vittime è quella di rifugiarsi nel mondo della fantasia, un porto “sicuro” al riparo dalla ferocia. I racconti sono interpretati alla perfezione dagli attori, che interiorizzano la drammaticità del loro vissuto e restituiscono agli spettatori una tragedia che è un violento pugno allo stomaco, tanto più forte e duro quanto più ci accorgiamo che niente è frutto di fantasia, ma solo di cruda realtà. Una verità nemmeno troppo lontana da noi se consideriamo che l’autore, dirigente del Movimento di Liberazione Nazionale (Tupamaros) venne fatto prigioniero nel 1972 e liberato solo nel 1985, dopo 11 anni di isolamento.

Avevano messo l’Enjuto in una buca che lui stesso aveva scavato con gli occhi bendati. E mentre lo stavano ricoprendo di terra fino al collo, il tenente – uomo saggio – aveva fatto interrompere l’opera e aveva ordinato: “Fermi! Legategli le mani dietro la schiena. Così siamo sicuri che non si mette a scavare”. “Si, tenente” aveva risposto il caporale. E così, a scanso di equivoci, gli avevano rigirato del fil di ferro arrugginito, da recinzione, intorno ai polsi, talmente magri che avevano dovuto stringere il filo con le pinze per evitare che li sfilasse. Rimase così per alcuni giorni, con la testa di fuori, alimentato con avena e sorsi d’acqua che gli propinavano commentando: “Brutto stronzo, quando dirai veramente chi sei?” E un altro: “Ti spunteranno le radici”. Allora il caporale, previdente, aveva osservato: “Potrebbe crescerti la gramigna intorno al collo. Evitiamo la piaga”. E gli aveva pisciato in testa, aggiungendo: “Tranquillo, tranquillo, stronzo, ché dove si piscia non cresce l’erba”.

Enjuto, il Chongo, Juanchi, Rosita sono i personaggi a cui l’autore dà voce, offrendo la capacità di vedere quanto accade intorno a lui e di portare a noi la testimonianza delle brutalità commesse da uomini “vestiti di potere” contro uomini inermi spogliati di ogni morale.

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