PROCESSO, MORTE E SANTIFICAZIONE DI UN PULCINELLA CHE NON VOLEVA PORTARE LA MASCHERA

Pulcinella
A gennaio è andato in scena, al Teatro Ambra alla Garbatella, uno spettacolo che ci ha sorpreso per profondità, ironia e ritmo.

Lo spettacolo è un viaggio all’interno di un mondo sintetizzato dalla musica, dal ritmo e dalle parole. La maschera del titolo non è semplicemente la maschera da intendere come mascheramento, camuffamento, camouflage o come mera attività performativa, la maschera siamo noi. L’idea che perseguo nello spettacolo è quella di rivelare “pezzi” di se stessi utilizzando anche la metafora circense. Donatella Barbagallo

PulcinellaLe parole di presentazione che abbiamo rubato alla regista e interprete Donatella Barbagallo costituiscono già un buon viatico, se ci si vuole accostare alla filosofia di uno spettacolo polisemico, stratificato, che ci ha sorpreso positivamente anche per le notevoli valenze ritmiche della messa in scena. Per non parlare poi di quell’ironia di fondo, amarognola, destabilizzante, che prende di mira il linguaggio, le convenzioni stesse della rappresentazione teatrale, ma che finisce per trascinare in un vortice di feconde disillusioni diversi altri aspetti della modernità.

Vien da sé che alla base del coinvolgimento, profondo, suscitato in noi da Processo, morte e santificazione di un Pulcinella che non voleva portare la maschera, vi è la bontà del testo scritto da Davide Sacco; un testo, che, nell’ipotizzare un Pulcinella “dimissionario”, pronto a privarsi del proprio ruolo gettando la maschera (letteralmente e metaforicamente), per essere poi sottoposto a processo in un’aula giudiziaria tanto stravagante quanto paradossale, sa far emergere in filigrana le più svariate contraddizioni e ipocrisie operanti oggi nel quotidiano. Il tutto attraverso il filtro dell’arte, sì, ma in una prospettiva che non esenta da critiche e da sottili ironie il quadro più generale della contemporaneità.

PulcinellaLa riuscita del gioco è comunque nelle mani di interpreti, tutti molto giovani, che attraverso la danza, la gestualità, le parole, sanno scarnificare la natura dei rispettivi personaggi, ponendo continuamente in discussione l’utilità della loro presenza. Non a caso la rappresentazione inizia fuori dal palco, col primo momento in cui un Pulcinella amareggiato annuncia l’intenzione di rinunciare alla sua identità. A partire perciò dalla maschera, simulacro caratterizzante, mitopoietico, nonché metonimico di una particolare funzione drammaturgica, che l’interessato stesso non sente più come necessaria. Accade così che, dall’inizio del surreale processo, gli stilemi della commedia dell’arte, del teatro moderno e delle più disparate forme artistiche vengano riproposti in una rapida carrellata da cui emerge, attraverso le deposizioni di vari testimoni (compreso l’irresistibile critico narcisista interpretato dalla stessa Donatella Barbagallo), una crisi apparentemente senza via d’uscita.

Anche da un punto di vista prettamente esistenziale, volendo. Sempre, però, assecondando quella vocazione ironica, quel senso del ritmo, quella propensione a giocare argutamente con il linguaggio verbale e del corpo, che forniscono allo spettatore l’occasione di ridere, senza disgiungere il riso da riflessioni più acute sui ruoli cui la vita di oggi (e il teatro, che se ne fa portavoce) sembrerebbe costringerci.

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