VITE PARALLELE IN REPLICA A ROMA

vite parallele
Lo spettacolo di Antonio Nobili fa il bis al teatro Furio Camillo. Dal 21 al 24 aprile

vite paralleleCi sono spettacoli leggeri e gioiosi, e altri pesanti come macigni. Vite Parallele appartiene alla seconda categoria. Lo spettacolo scritto e diretto da Antonio Nobili è andato in scena per la seconda volta al teatro off Furio Camillo di Roma dal 21 al 24 aprile, replica a grande richiesta dovuta al successo della prima rappresentazione. Un’acclamazione che lascia stupefatti. Non per le performance degli attori, che sono piuttosto bravi. Non per i dialoghi, tutto sommato ben costruiti. E neanche per la regia, o le scene. Ciò che desta scalpore è la scelta dell’argomento affrontato, che è l’eutanasia. E il macigno che gli spettatori sono costretti a tollerare si fa ancora più pesante giacché la scelta di vivere o morire è affrontata nell’ambito della sclerosi laterale amiotrofica, o più comunemente Sla. Da qui la meraviglia nello scoprire che un argomento così ostico possa avere tanta presa sugli spettatori. Segno dei tempi, forse, e di una certa necessità di sconvolgimenti profondi.

vite paralleleMa veniamo alla trama. Valerio (Alessio Chiodini) e Simone (Simone Guarany) sono due giovani ragazzi di circa trent’anni impegnati in due diverse professioni: il primo è appassionato di vela e youtubber, il secondo un brillante architetto. Entrambi convivono con le rispettive fidanzate che sono Laura (Raffaella Camarda) per il primo, e Marta (Francesca Antonucci) per il secondo. Le coppie non si conoscono fra loro, ma le loro vite finiranno nello stesso imbuto, divenendo “parallele” quando i due ragazzi si ritroveranno ad essere compagni di stanza in ospedale. Le scene sono costruite ad intermittenza, sfruttando le luci che vanno ad illuminare qua e là il palco e svelano determinati contesti a scapito di altri. All’apertura ci sono due infermiere, la bonacciona Esther (Cristina Frioni) e l’est europea Zina (Lucia Rossi), che parlano in maniera amorosa e cinica del generico paziente della stanza 117. Le luci si spengono sulle due donne e vanno ad illuminare la parte sinistra del palco dove c’è un medico (Marco Giustini) che presenzia ad un convegno di studenti di medicina. Sta parlando di eutanasia e della sua prima esperienza con una simile richiesta da parte di un paziente, una vicenda che lo sconvolgerà. Ma ecco che le luci si spengono nuovamente e vanno a presentare i protagonisti della storia, Valerio e Simone.

E così, a bagliori alternati, la storia si sviluppa man mano, finché lo scenario non diviene unico, centrale, quando le scrivanie diventano letti d’ospedale e i ragazzi compagni di sventura. A loro viene diagnosticata la Sla, malattia incurabile che porta ad un destino già scritto: paralisi, stato vegetativo, decesso. Valerio e Simone rappresentano due diversi modi di reagire alla malattia in uno spettacolo che non prende posizione netta nei confronti della morte assistita. Valerio vorrebbe porre fine immediata ad una vita ritenuta priva di dignità, Simone vuole lottare fino alla fine perché, dice, “la vita e la morte non sono una scelta”. Frase che diviene oracolo, poiché il primo a cedere sarà proprio Simone, mentre la rabbia di Valerio gli concederà di vivere più a lungo. Al triste epilogo si aggiunge un altro dramma, quello della morte suicida della figlia di Zina, l’infermiera dell’est (solo) apparentemente cinica.

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Insomma lo spettacolo è un condensato gravoso di drammi inenarrabili e tragedie spropositate, malgrado riesca a far sorridere di tanto in tanto. Interpretare un malato terminale (per di più affetto da paralisi) non è cosa facile, il rischio di scimmiottare o di non rendere il reale è a portata di mano. Invece Chiodini e Guarany sono eccezionali, e questo va sottolineato. Si potrebbe dire che all’intera compagnia teatrale scippano il podio della bravura.

Il pubblico invece è sconvolto, piange, esce fuori dalla sala con lacrimoni abbondanti e trucco colato. Sebbene in alcune scene (pochissime, a dir la verità) pare di assistere ad una classica fiction di medici, lo show ottiene l’effetto desiderato. E il meritato successo. Antonio Nobili spiegherà che lo spettacolo è dedicato a suo zio, deceduto il giorno prima a causa di una malattia neurodegenerativa. Una catarsi che per gli spettatori è la mazzata finale. Il lavoro, quindi, è ottimo. La critica suggerisce un digestivo.

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