Intervista a Sebastiano Gavasso

Sebastiano Gavasso è uno degli artisti italiani del momento. Conosciamolo più da vicino.
Sebastiano Gavasso
Foto di Manuela Giusto

Sei stato uno dei protagonisti dello spettacolo teatrale “Dignità Autonome di Prostituzione” di Luciano Melchionna. Uno spettacolo particolare che vede in qualche modo un contatto a stretto diretto e quasi “personale” con il pubblico. Raccontaci di questo spettacolo e di come reagisce il pubblico o quali richieste ti sono sembrate più “strane”?
E’ uno degli spettacoli che mi ha cambiato la vita, non solo perchè è uno degli spettacoli più apprezzati e innovativi d’Italia, ma anche e soprattutto perchè lavorare con Luciano Melchionna è un’esperienza artistica, umana e formativa fondamentale.

Il rapporto con il pubblico è strettissimo, è vero, per questo il motto dello spettacolo “occhi dentro gli occhi” ci aiuta moltissimo a capire come poter rendere quel contatto ingrediente principale della buona riuscita del nostro lavoro.

Il pubblico lavora con noi, in uno scambio continuo. Luciano spesso ci dice che quando escono dal monologo le persone non devono dire “Bravo” o meno bravo, ma “straordinario” inteso come fuori dall’ordinarietà.

Stanislavski diceva che “non importa se reciti bene o male, l’importante è che reciti vero“. Un paradosso meraviglioso.

Il pubblico si emoziona, si spaventa, si commuove, ride con noi e per noi. le richieste più strane sono le più semplici tipo: “Il nome del tuo personaggio è il tra Le Pietre, ma tu come ti chiami?” e tu da “prostituta” devi rispondere ” Non sono nessun personaggio e non mi chiamo altrimenti che Il Tra Le Pietre“. E’ un gioco realissimo, come il teatro.

Attualmente invece sei in scena con lo spettacolo “Arancia Meccanica“. Qual è il lato che più di affascina dei protagonisti? E come il palcoscenico ha saputo raccontare questo libro al pubblico?
Arancia Meccanica parte dall’idea di una società che mirando al controllo della violenza diviene più violenta del violento.

Il fascino di tutti i personaggi è proprio questo: dai drughi, ai genitori, agli scienziati, al politico, ai poliziotti, al prete, al senzatetto.

Tutti sono vittime e carnefici, assuefatti alla violenza: psicologica, fisica, sociale. In questa “a-moralità” l’immoralità diviene un pregio perchè permette al pubblico di empatizzare con chi, nella sua brutalità, è più umano degli altri.

Al cinema ti vedremo in “Zeta“, un film di Cosimo Alemà, sulla scena rap e hip hop italiana. Raccontaci di questa esperienza. Sei anche un appassionato di musica o il mondo hip hop ti era un po’ estraneo?
Zeta è un’opportunità artistica, professionale e umana che mi sta dando tantissimo. Cosimo mi ha dato da subito grande fiducia, in questo modo si è potuto lavorare con rispetto e rigore al contempo, senza troppe pressioni ma con una linea molto chiara che emerge perfettamente dal risultato finale.

Il mio personaggio, Luca Boni, è una delle poche figure esterne al mondo del rap, in questo per molti aspetti mi somiglia, ma io sono appassionato del rap come storia e come messaggio: senza dubbio ha una potentissima base culturale e popolare, come molta della musica migliore.

Personalmente amo il rock degli anni ’70 (e già solo definire il rock anni ’70 sarebbe impossibile), il reggae roots, e i cantautori: Dylan e De Andrè su tutti.

Stai preparando, grazie al supporto della madre di Marco Pantani e alla Fondazione Marco Pantani, uno spettacolo biografico sul ciclista indimenticato. Puoi darci qualche anticipazione? Cosa racconterai al pubblico del “pirata”?
Il supporto di Tonina Pantani e della Fondazione Pantani è in via di sviluppo, posso però dire che ho incontrato Tonina due volte, le ho parlato del progetto, e ho partecipato al recente corteo contro l’archiviazione delle indagini sulla morte di Marco, per cui ho promosso anche una petizione su www.change.org/pantani .

Credo ci sia stima reciproca e la consapevolezza che si stia lottando per lo stesso obiettivo.

Artisticamente per me come romano è complesso portare in scena una figura così figlia “della sua terra”, quando sono stato a Cesenatico ne ho avuto conferma: sarebbe (prendiamo con le pinze questa affermazione) come se un attore di Cesenatico facesse uno spettacolo in cui interpreta Agostino Di Bartolomei, ma la grandezza di Marco sta proprio nella sua storia, nella sua extra-ordinarietà, nella sua extra-territorialità, e nel suo essere umano, tragico ed epico al contempo.

Altrimenti Amleto potrebbe essere interpretato solo da danesi, Romeo da veronesi, Batman da un cittadino di Gotham City.

Paradossi a parte, lo spettacolo debutterà il 5 Giugno, speriamo possa debuttare nello Spazio Pantani a Cesenatico. Racconteremo di Marco, della sua vita di uomo e di sportivo, della dignità che gli è stata rubata due volte, e della prima persona che ne ha rinvenuto il cadavere quel tragico 14 febbraio, interpretata dal mio collega Alessandro Lui. L’autrice è Chiara Spoletini, una delle giovani autrici migliori d’Italia, e non sono certo solo io a dirlo.

Raccontaci un po’ di te. Come ti avvicini al mestiere di attore?
Prima di iscrivermi alla Scuola Internazionale di Teatro e di sviluppare gli studi in Australia mi sono laureato in Filosofia. La passione per la recitazione è nata dalla volontà di approfondire lo studio del comportamento, del pensiero e della psicologia umana. Ho avuto da sempre questa curiosità e questa passione, ma prima di sceglierlo come mestiere ho avuto grossi dubbi.

Un misto di casualità e necessità, e di rinunce come tutto ciò che di più importante decidiamo di raggiungere nella vita.

Qual è il percorso artistico e lavorativo che hai affrontato per realizzarti?
Dopo gli studi in Italia e in Australia ho deciso di diventare socio della Cooperativa Les Enfants Terribles, dove sotto la direzione di Francesco Marino sono cresciuto moltissimo.

Mi sono sentito parte integrante di qualcosa, ho avuto la possibilità di immaginare, produrre e realizzare “Toghe Rosso Sangue“, spettacolo di teatro civile ispirato all’omonimo libro di Paride Leporace. Grazie a questo sono passato dal desiderare di mettere in scena “qualcosa di assolutamente mio” al realizzare “qualcosa di assolutamente nostro”.

Il segreto della crescita, in ogni ambito, è la cooperazione. Qualche anno dopo ho fondato con i miei “cattivi compagni” Diego Migeni, Leonardo Buttaroni e Paolo Carbone l’Ass.Cult. Cattive Compagnie con cui abbiamo vinto il Roma Fringe Festival 2012 con “Horse Head“, e abbiamo partecipato al New York Fringe Festival.

Grazie ad Horse Head ho conosciuto la mia attuale agente Luisa Mancinelli grazie alla quale ho conosciuto Luciano Melchionna e Dignità Autonome di Prostituzione. Grazie a DAdP ho avuto la possibilità di farmi notare da Daniele e Gabriele Russo del Teatro Bellini e quindi di ottenere il ruolo del drugo Dim in “Arancia Meccanica” con cui, riempiamo l’Italia di LattePiù da tre anni.

Sebastiano Gavasso
Foto di Manuela Giusto

Grazie ad Arancia Meccanica ho trovato anche l’amore che poi è la cosa fondamentale anche in ambito artistico perchè riempiendoti la vita ti permette di donarti ancora di più anche in scena!

In tutto ciò film nati da piccole e grandi produzioni, ma tutti con un ottimo riscontro: da “Zeta” ad “Assolo” di Laura Morante, da “L’ ultimo sogno di Howard Costello” a “Born in the U.S.E.” di Michele Diomà, passando per “In the name of a God” di Antonio Braucci di cui credo si sentirà parlare presto.

Ho tantissime persone da ringraziare insomma, a partire da chi mi ha permesso di inseguire i miei sogni: la mia famiglia ed i miei amici.

Quale spettacolo o quale film ti piacerebbe interpretare?
Caligola nel Caligola di Albert Camus, e un film o una serie tv sugli anni di piombo.

Qual è secondo te il futuro del teatro e del cinema italiano?
Nel teatro credo si vada sempre di più verso una ricerca di umanità e credibilità, in questo il successo di DAdP è molto significativo.

Oltre alla credibilità e alla “verità” il teatro però non può mai rinunciare alla fantasia e all’immaginazione, non è un caso che DAdP stesso fondi la verità interpretativa con un format figlio di un’idea geniale, gestita con un rigore sacro.

Il cinema italiano ci sta dimostrando sempre più come il vero super-eroe e i veri effetti speciali siano gli eroi comuni, i buoni testi e le buone storie.

L’aspetto tecnico si sta livellando (mega-produzioni a parte, ci sono film e serie eccezionali nati da piccole produzioni e girati con una macchina fotografica eccelsa quando non con uno smartphone di ultima generazione), ecco perchè il segreto di un film riuscito sta sempre più in mano all’idea da cui nasce, al regista che la sviluppa e dirige, agli attori che la interpretano, e all’umanità e alla capacità di tutti coloro che vi lavorano durante e in post produzione.

Poi c’è il discorso della distribuzione e della promozione, ma quello è un altro paio di maniche.

A quali altri progetti stai lavorando?
Dopo Arancia Meccanica e lo spettacolo su Pantani, in attesa di altre proposte teatrali e cinematografiche, tornerò in scena a novembre a Roma con “Crimini tra amici” per la regia di Massimiliano Vado: un testo intelligente, sarcastico, divertente e socialmente validissimo che “seppellirà con una risata”.

Inoltre con la mia compagna stiamo lavorando ad un testo di teatro civile e ad una nuova produzione per il 2017.

 

Classe 1981, Sebastiano Gavasso è uno degli artisti italiani del momento.

Formatosi al PAC – Perth Actors Collective di Perth, Western Australia e alla Scuola Internazionale di Teatro di
Roma, dal 2012 a oggi è stato menzionato dal New York Times come co-protagonista di Horse Head dell’australiano Damon Lockwood, ha ricevuto la menzione speciale all’International Film Festival di Guadalajara, Mexico, per la docu-fiction Born in the U.S.E. di Michele Diomà.

Sebastiano Gavasso ha lavorato inoltre con Laura Morante, Sergio Rubini, Francesco Rosi, Giuseppe Tornatore, Massimo Bonetti, Damon Lockwood e Mark Storen.

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Giornalista. In special modo seguo mostre di artisti contemporanei, spettacoli teatrali, anteprime cinematografiche e tutto ciò che mi incuriosisce.

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