BANKSY : PROSSIMA TAPPA, ITALIA

La notizia pare essere confermata: lo street artist originario di Bristol ha scelto il nostro paese per la sua prossima opera. Nell’intervista a Stefano Antonelli e Francesca Mezzano rivelazioni e aspetti sconosciuti dell’artista più popolare al mondo.

basnky-a-roma-2Buone notizie per gli appassionati di street art. Banksy, il writer più apprezzato dal pubblico, sbarcherà in Italia. Voci indiscrete fanno sapere che l’artista avrebbe in mente un progetto. Non un semplice stencil, ma qualcosa di più ampio: un’installazione, o forse una performance. Il tema? I migranti. Il luogo? Napoli, probabilmente.

Il legame con capitale borbonica, a cui Banksy ha già regalato la Madonna con Pistola, è molto profondo ed ha origini lontane. A spiegare la liaison tra Bristol e il Vesuvio sono Stefano Antonelli e Francesca Mezzano che su Banksy hanno organizzato una mostra. I due, assieme ad Acoris Andipa, sono i curatori dell’esposizione titolata Guerra, Capitalismo e Libertà e organizzata dalla Fondazione Terzo Pilastro. L’evento si è svolto a Roma dal 24 maggio al 4 settembre ed ha avuto un ottimo riscontro.

Tre anni di ricerca per recuperare opere originali provenienti da collezioni private che sono state apprezzate da circa 100mila visitatori. I biglietti staccati a Palazzo Cipolla, sede dell’esposizione, si contano in mille al giorno, poi raddoppiati nell’ultima settimana della mostra. L’idea è stata molto apprezzata all’estero, il 51% dei visitatori è straniero. Questa è la popolarità di Banksy.

resize-of-wcl_hood_itPer capire a fondo la personalità del writer ci siamo rivolti proprio ad Antonelli e Mezzano, che Banksy lo hanno visto da vicino. Ne è venuto fuori un ritratto contraddittorio, a tratti grottesco. Chi è, dunque, Banksy? Le parole chiave sono due: tragicomico e comunità.

 

 

 

Dunque, Banksy è famoso per i suoi stencil…

A: Scusa ma devo interromperti subito. Io sono il curatore che si è occupato della questione artistica e, ti avviso, sono un rompiscatole.

Ottimo.

A: Tieni presente che seguo Banksy dall’inizio, dalla fine degli anni ’90, prima ancora che diventasse quello che è oggi. Lui nasce come autore di installazioni, gli stencil rappresentano solo il 10% del suo lavoro. Penso al parco divertimenti Dismaland o al lancio dei d-faced tenners, cioè le banconote con il volto di Lady Diana. Banksy devi andare a vederlo per strada, ma il punto, e te lo posso dire con certezza, è che di opere originali ne sono rimaste solo tre in tutto il mondo, protette dal plexiglas. Il lavoro che ha fatto a New York è stato completamente coperto. A Gaza non esiste più niente perché i cittadini della striscia vogliono abbattere il muro, non riqualificarlo per gli artisti. A Calais è rimasto ben poco.

Cioè le hanno cancellate?

A: No, non sono state cancellate. Le opere di strada vengono arricchite, stratificate. Il destino di queste opere è nelle mani di tutti, l’artista sa che potrebbe arrivare un cane e farci la pipì sopra. Se voglio conservare un’opera, devo metterla in un museo. È una consapevolezza ben precisa. Ma questo ti fa capire che la strada in realtà è solo una forma espositiva, una confezione. Funziona questo metodo espositivo? No, per niente. Nessuno si preoccupa di guardare ciò che sta sui muri, almeno fino al 2006.

Ecco il punto di svolta. La pittura murale cessa di essere un atto di vandalismo e si trasforma in arte. Perché?

A: Perché la puoi condividere. Cioè la puoi pubblicare online. La vera galleria degli street artist è la rete, internet. Le opere viaggiano online, ma non basta metterle sul web per farle funzionare. Occorre un veicolo che le porti tra le persone, cioè i social. E questo è il secondo strumento per comprendere le opere murali.

Quindi è il web che le rende immortali.

A: Già, la strada serve solo a fermare un momento. Tu guarda i lavori di Banksy: ti colpiscono subito perché sono semplici, immediati. Quindi parliamo di un arte che arriva diretta al pubblico e lo conquista senza intermediari. I suoi argomenti preferiti sono quelli elencati nella mostra: guerra, capitalismo e libertà. Quindi è un atteggiamento politico nei confronti dell’arte. Se hai notato, il lavoro di Banksy ti procura un sorriso, o una riflessione amara.

È satira

A: La critica politica è tipica della cultura artistica inglese, ce l’hanno nel sangue. È in questo contesto che devi leggere Banksy. Tu hai iniziato la nostra conversazione parlandomi dei suoi stencil, tecnica in cui non è neanche tanto bravo. Vuoi sapere perché usa lo stencil?

Perché è il metodo più veloce per poter fare un’opera senza farsi acciuffare dalla polizia?

A: Sì, ma è un effetto collaterale. Lui usa lo stencil perché da ragazzo, 16 anni, esce a Bristol per fare i graffiti. Ed è un imbranato. Nei graffiti o hai stile o non ce l’hai. Si tratta di spingere il proprio nome, “push the style”. Se non hai stile vieni considerato un dilettante. Banksy fa i graffiti con un writer molto quotato che si fa chiamare 3D, ma siccome non è altrettanto bravo adotta la tecnica dello stencil. Così, rapido, imbratta i muri. Lui si chiama Robin Gunnigham ma firma Robin Banks, R Banks, perché suona come “robing banks”, rubare alle banche. Poi gli amici lo chiameranno Banksy, colui che ruba alle banche. Successivamente il collettivo si dividerà: 3D diventerà musicista e fonderà i Massive Attack, Banksy farà l’artista. La Bristol di quegli anni ha influenzato tutto il mondo giovanile di oggi.

Dunque è confermato la che la sua vera identità è quella di Robin Gunnigham?

A: Non è confermato finché non sarà lui stesso ad ammetterlo. E non lo ammetterà mai perché ha troppi processi a carico.

Quindi l’anonimato non è una scelta stilistica, o politica?

A: Sì e no. Non sono decisioni prese a tavolino. I lavori firmati Banksy nascono in collettiva e vengono sviluppati in collettiva, finché non diventa un successo mondiale. E fino a quando il lavoro va bene non ha senso svelare l’identità di uno dei partecipanti alla crew (gruppo, ndr). Tutti gli street artist si muovono con un intero giro di persone con cui condividono soldi e successo. È una cosa di cui gli artisti non vogliono parlare. Non fa parte dell’arte ma di un modo di interpretare il mondo. La questione dell’anonimato funziona a livello massimalista, l’artista anonimo fa figo. Se vai un attimo sotto la superficie ti rendi conto che non c’è bisogno di avere un nome.

Non è né una questione politica, né pubblicitaria. Semplicemente non è quello il punto.

A: No, non lo è. Il  problema si è posto solo successivamente perché le sue opere valgono centinaia di migliaia di euro.

Suona strano, in un mondo di selfie.

M: C’è una frase, che è la mia preferita. Essendo Banksy figlio di Warhol, ha trasformato il suo motto: da “in un futuro tutti avranno 15 minuti di celebrità” a “in un futuro tutti desidereranno 15 minuti di anonimato”. Ed è vero. In un mondo dove siamo costantemente sovraesposti attraverso i social, forse desideriamo sparire, almeno per 15 minuti. È una forma.

A: E questa cosa la dice nel 2001. L’aveva capito molto prima. Prima dei selfie e prima che la street art venisse consacrata al web.

M: Stefano Antonelli ti ha raccontato la parte dell’anonimato che è più legata alle origini di Banksy. Ma c’è anche un’altra storia, che non è per niente scontata. Lui nelle sue azioni artistiche ha anche infranto la legge. Ha una serie di processi e multe per atti vandalici, tra cui quello per aver messo in corso una moneta falsa.

Cioè?

tennersM: Banksy crea i d-faced tenners, le banconote con la faccia di Lady D. (in foto). Accartocciate, nella confusione del carnevale di Castonbury, la gente le usa per fare acquisti senza notare che si tratta di monete false. Sono banconote trovate per strada, lui le aveva lanciate in giro dichiarando di averne stampate 20milioni. Così incappa nel processo, perché i falsi sono divenuti moneta corrente a tutti gli effetti.

Questa storia fa molto ridere.

M: Sua madre ha anche dichiarato di non avere un figlio maschio, lo ha detto davanti alle telecamere. Oggi le d-faced vengono usate da Banksy per autenticare l’opera. Le strappa a metà, così una parte rimane a lui e una viene inserita all’interno del lavoro. Essendo le monete numerate si è sicuri dell’autenticità.

A: C’è sempre una zona grigia nel quale si diverte ad operare, tra il legale e l’illegale, il comico e il tragico. Per questo, ad esempio, è molto legato a Napoli. 3D, amico di Banksy  e fondatore dei Massive Attack, si chiama Robert Del Naja e suo nonno è napoletano. Qui avviene il primo contatto fisico con la capitale campana ma esiste una affinità elettiva che unisce Banksy a Napoli. Il tragicomico, che è una nostra specialità, trova la sua massima espressione in Pulcinella. E Banksy è proprio così, è tragicomico. C’è un legame culturale. A Napoli c’è un fermento artistico molto attivo. Ma se uno volesse dibattere con questo ambiente di questioni politiche, ti risponderebbero che non sono interessati. Non vogliono il dibattito, ma la volontà di imporre le proprie idee alternative alla massa, per farle diventare massa.

È già massa. Il mondo è pieno di gadget rappresentanti le opere di Banksy, dai cappellini alle t-shirt.

A: Lui chiama questo fenomeno “brandalism”, la vandalizzazione del brand. Spiega che una volta era entrato in un negozio per comprare una maglietta. Chiede al commesso: avete la marca Guevara? Il commesso gli dà del cretino, spiegandogli che Guevara era un rivoluzionario. Da lì nasce la frase di Banksy “Let’s market the revolution”. La fascia dell’antagonismo non aveva oggetti da comprare. Ed eccoli gli oggetti per marketizzare la rivoluzione, per inserire gli antagonisti nel mercato.

M: In realtà il brandalism è nato anche perché lui ha liberato il copyright. In alcuni momenti ha intentato causa, nonostante la liberalizzazione.

Ma se si toglie il copyright la mercificazione è il primo effetto.

A: Diciamo che ha puntato sul buon senso. Voleva aprire le opere a tutti, ma non ammette che vengano mercificate. Però ha dimostrato come funziona il nostro mondo oggi, dove tutti possiamo diventare un marchio. Ricordati che ci muoviamo sempre in una zona grigia, Banksy è l’uomo delle contraddizioni che prendono significato. Non dovrebbe essere così, eppure è così. Ed è divertente muoversi in questa zona grigia.

Molto.

A:Immaginati che con le tue cose riesci a fare un mucchio di soldi. E più le fai sceme e più la gente impazzisce. Sei il vincitore.

Eppure tutti lo apprezzano per l’impegno civile.

A: A Banksy dell’impegno civile non gliene frega niente. È una visione molto superficiale. Prendi la pittura di Steve Jobs a Calais rappresentato come un migrante siriano. Quella non è un’opera, tecnicamente è una vignetta satirica. Poteva stamparla Charlie Hebdo. Non c’è questa riflessione intellettuale, è solo una presa in giro. Immagina l’amico della tua comitiva che si diverte a fare sempre la battuta giusta: questo è Banksy.

Quindi si diverte a prenderci in giro?

A: Lo scrive nella prima pagina del primo libro che ha scritto: vi prenderò in giro tutti e farò un sacco di soldi facendolo.

Così in un colpo solo distrugge gli anti e i pro immigrazione.

banksy-uccelliA: Esatto, è un dissacratore. In realtà lui fa un pezzo sui migranti molto prima di Steve Jobs a Calais. Lo fa in una cittadina vicino Londra dove raffigura un gruppo di uccelli locali intenti a scacciare un piccione appena arrivato. Il sindaco della città lo ha fatto cancellare perché credeva fosse un’opera razzista (in foto).

Bingo.

A: è sempre puntuale, anticipa molto le tendenze. E ci gioca su. Dovresti sentire cosa dice il mondo accademico di lui

Era la domanda successiva.

A: La critica d’arte giudica Banksy poco più di un imbecille.

Diciamo che era prevedibile.

A: Il mondo accademico ufficiale vive in un’altra epoca, tante cose non le vede. Ci sono le eccezioni, quelli che hanno capito che questa è la comunicazione, il marchio del nuovo secolo

Infatti quello che colpisce è il fenomeno culturale

A: Ti spiego. I critici dei maggiori quotidiani internazionali – New York Times, Huffington Post – giungono tutti alla stessa conclusione: che la critica al capitalismo non vale niente. Non serviva Banksy per dire che guerra e capitalismo fanno schifo, sono delle ovvietà. Non serve chi fa del sarcasmo. Si sorprendono nel vedere quanti visitatori vanno a Dismaland (parco a tema creato da Banksy, ndr) per partecipare a questo cinismo, a questa cattiveria verso la società. Quello che i critici non capiscono è che il pubblico di Banksy non è il pubblico dell’arte. Sono i suoi fan. Sono le persone che vanno a testimoniare la propria solidarietà, la propria partecipazione a quelle idee.

M: Alla mostra ciò che il pubblico voleva fortemente era la necessità di farsi una foto vicino al pezzo originale di Banksy. Ci siamo dovuti adattare a questa esigenza, dando la possibilità di scattare fotografie.

E ritorna il selfie.

M: Appunto. Volevano immortalarsi accanto ad un’opera vista solo su internet e mai dal vivo.

A: Il Banksy originale l’avrà visto l’1% del suo pubblico. Noi che seguiamo l’artista dall’inizio abbiamo avuto la fortuna di vedere dei pezzi veri, ma da cinque anni a questa parte é diventato impossibile anche per noi. A parte quei tre pezzi che ti ho nominato, protetti dal plexiglass, il resto è svanito. Le opere che stanno a Londra sono state ricostruite, non sono originali.

M: Molti pezzi erano stati staccati per la vendita illegale, lo ha fatto una galleria che ha aperto per vendere solo i muri di Banksy. Ne ha venduti due e poi ha chiuso.

Staccano fisicamente pezzi di muro?

bluM: Certo. C’è un mercato pazzesco in questo senso. Per questo lui si rifiuta di riconoscere i pezzi che fa per strada, per non autenticare un’opera che verrà venduta illegalmente. Alla mostra abbiamo dovuto specificare più volte che non si trattava di un’esposizione illegale delle opere, come accaduto a Bologna con Blu (in foto).

Il writer italiano che ha coperto tutti i suoi lavori per protesta.

M: Gli organizzatori e la fondazione di Bologna che ha organizzato la mostra di Blu hanno staccato le opere illegalmente senza chiedere il permesso all’artista. Tra l’altro l’opera sarebbe rimasta nelle loro mani con il conseguente valore di mercato. Stiamo parlando dell’artista più ricercato in assoluto a livello mondiale, il numero uno al mondo. Tutta Hollywood vuole un pezzo di Blu, le sue quotazioni superano il milione di euro. I curatori della mostra di Bologna non hanno neanche provato a contattarlo giustificando il furto con il fatto che Blu dipinge illegalmente, quindi loro possono appropriarsene illegalmente. Non funziona esattamente così.

Torniamo a Banksy e alla capacità di attrarre il pubblico.

M: Più che un artista è un ottimo comunicatore. Le sue opere sono molto semplici, arrivano a tutti, mentre l’arte contemporanea si rivolge alle élite.

La comunicazione, questo il segreto del suo successo?

M: Lui racchiude all’interno di un’opera poesia, ironia, sarcasmo e soprattutto un immaginario grafico semplice che fa parte dei nostri anni. E con un’unica immagine riesce a comunicare con tutti. La maggior parte degli artisti per sviluppare tutti questi concetti devono dividerli e renderli complessi. Per la tecnica artistica si avvale sempre di pittori. Peter Kennard dipinge per lui.

A: Vedi, torniamo alla questione del marchio. La tela tagliata di Lucio Fontana è l’art brand più conosciuto al mondo. Banksy lo fa producendo immagini che penetrano l’immaginario collettivo in maniera indelebile. L’immagine della bansky-bambinabambina con il palloncino è questo (in foto), non finirà mai più. Quell’immagine è la disillusione, noi siamo la generazione della disillusione. C’è sempre questa amarezza di fondo, il palloncino che vola via. La promessa che tutti saremmo stati ricchi e famosi, invece non era vero niente.

Il sogno degli anni ’80 che vola via. Dunque viene ripagato di una certa capacità ad arrivare al cuore del pubblico, ad esprimere il sentimento comune.

M: il pubblico si identifica con le sue opere. O meglio, si identifica con quel mondo di idee a cui appartiene o a cui vorrebbe appartenere. La situazione degenera quando diventa un logo su una t-shirt.

Il pubblico considera Banksy un anticonformista per eccellenza, al contrario di altri street artist bollati come venduti. Penso a Shepard “Obey” Fairy e al suo volto di Obama con la scritta Hope (in foto).

A: anche questo è un luogo comune. Nessuno sa che le stampe originali di Obey possono essere acquistate sul suo faireysito a cifre piuttosto modiche, il prezzo base è 40 dollari. Per Banksy non è così. Tutte le esposizioni non autorizzate sono andate a vuoto. Se Banksy comanda di non comprare, nessuno compra. Per poter acquistare un suo lavoro occorre entrare nel giro giusto, che è molto ristretto, e difficilmente te la caverai con 40 dollari. Bisognerebbe intenderci sul significato della parola venduto.

Pensavo al rapporto con il potere. Al Presidente Obama avrà fatto comodo che un artista di fama mondiale come Obey gli abbia fatto campagna elettorale.

A: Non come si pensa. Inizialmente l’amministrazione Obama aveva concesso a Fairy di pubblicizzare il volto del Presidente, ma da indipendente. Obama ha deciso di farlo proprio solo dopo che quel volto aveva riscosso successo internazionale. Intendiamoci, la street art suscita molte simpatie nei corridoi del potere americano. Ma per affermare la propria egemonia culturale il governo statunitense sta puntando su Mark Rothko (foto).

Voi siete appena tornati da Berlino. Com’è andata?

orange-and-yellow-mark-rothkoM: Benissimo. Siamo stati chiamati dal Governo tedesco assieme ad altri organizzatori e curatori d’arte provenienti da varie parti del mondo con l’obiettivo di creare un progetto comune. Il Bundestag sta investendo massicciamente in questa nuova forma espositiva.

E l’Italia?

A: noi siamo un po’ indietro, come al solito. Ci sono stati esponenti delle istituzioni che hanno visitato la mostra, lo stesso Renzi è venuto a trovarci. Ma non c’è un vero e proprio investimento sul genere. La mostra organizzata da noi è più il risultato di un impegno privato che un interesse proveniente dal pubblico. Sai com’è, campiamo un po’ di rendita, dei fasti del vecchio impero.

Dici che siamo rimasti fermi alla prima della scala di Milano?

A: purtroppo sì. Eppure i geni non ci mancano. Abbiamo parlato prima del caso di Blu, che è il primo al mondo. Ma vale lo stesso discorso per Maurizio Cattelan. Cattelan lo conoscono negli ambienti intellettuali, o intellettualoidi, ma non il pubblico. La maggior parte delle persone non sa neanche chi sia, qualcuno conosce il dito medio innalzato davanti alla borsa di Milano solo perché le televisioni, di tanto in tanto, lo inquadrano. Non c’è una vera consapevolezza delle nostre capacità, di chi siamo, di cosa produciamo. Eppure se ci pensi siamo gli unici al mondo che hanno rivolto il dito medio al mondo finanziario, nonostante l’argomento sia sulle bocche di tutti.

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