LO SCHERMO IMMAGINARIO

Nel libro di Riccardo Rosati, edito da Tabula Fati, qualsiasi cultore del cinema di genere potrà riconoscere uno sguardo appassionato, sincero e non omologato.

lo-schermo-immaginario2Titolo: Lo schermo immaginario
Autore: Riccardo Rosati
Editore: Tabula Fati
Pagine: 184
Costo: € 14,00
Pubblicazione: settembre 2016

Nell’ambiente dello spettacolo, lo testimoniano nomi eccellenti come il compianto Serge Daney (a suo tempo redattore di punta dei Cahiers du Cinéma e autore di cui, non a caso, è uscito anche in Italia un testo davvero folgorante come Il cinema, e oltre. Diari 1988-1991), non è poi così raro che firme di punta del giornalismo e della critica cinematografica arrivino a raccogliere in uno o più libri quei saggi, recensioni, interviste o interventi di altra natura, da loro pubblicati nel corso di svariati anni. Le domande che a questo punto uno si dovrebbe porre sono quindi altre. Tale “privilegio” va accordato solo a figure di conclamata fama, che fanno parte magari da tempo di un certo establishment culturale? E un ricercatore italiano ancora giovane, ma visibilmente preparato, non può forse ambire ad offrire un simile contributo allo studio del cinema, senza apparire troppo sfacciato? Ci pare che un libro come Lo schermo immaginario di Riccardo Rosati offra una risposta positiva a tutti questi interrogativi.

Riccardo Rosati, autore del libro
Riccardo Rosati, autore del libro

Il testo in questione, edito da Tabula Fati, è in realtà una raccolta di recensioni e piccoli saggi che l’eclettico studioso di cinema ha pubblicato nel corso di ben quattordici anni. Eclettico è il primo aggettivo che ci è venuto in mente, poiché Rosati lo abbiamo conosciuto almeno all’inizio come brillante yamatologo, ovvero quale appassionato di cultura, tradizioni e differenti produzioni artistiche (dal cinema alle serie animate, passando magari per la letteratura) provenienti più specificamente dal Giappone; per poi scoprirne gli interessi più disparati, che hanno però qui un minimo comun denominatore: il cinema di genere, in tutte le sue accezioni. Ed è proprio questo che ci ha progressivamente coinvolto, durante la lettura del libro. Scavallando con disinvoltura la pedante e ormai obsoleta distinzione tra cultura alta e cultura bassa, Rosati introduce categorie sociologiche, tecniche, narratologiche e altri parametri ancora, per parlarci in modo analitico ma comunque scorrevole di un cinema pop(olare) estremamente vitale, ricco di sfaccettature, che poi è quello da noi maggiormente amato. Senza risparmiarci peraltro proficue incursioni in dimensioni all’apparenza più autoriali, come nel caso del raffinatissimo Lo zio Boonme che si ricorda le vite precedenti, premiato anni fa a Cannes. Ma a ben vedere sono distinzioni che lasciano il tempo che trovano. Perché in fondo è l’immenso, affascinante territorio del fantastico ciò che a Rosati realmente interessa.

Lo schermo immaginario, per l’appunto. Naufragando dolcemente tra le derive più pacchiane di certi blockbuster americani, tra le delizie che il cinema orientale (con l’animazione nipponica e quei kaijū eiga assolutamente da riscoprire in primo piano) ha sempre saputo offrire, tra le contrapposte e in ogni caso insostituibili mitologie di Star Trek e Guerre Stellari passate al setaccio con grande finezza interpretativa, tra episodi meno noti del recente panorama di genere italiano, la raccolta degli scritti che Rosati stesso ha selezionato per rappresentare il proprio punto di vista sulla settima arte regala, innanzitutto, la sensazione di una personalità forte e di uno sguardo non addomesticato. Su certi giudizi critici si può essere d’accordo con lui come anche dissentire fortemente. Ma in ogni caso assai positiva è la sensazione di trovarsi al cospetto di uno studioso di cinema che non segue le mode del momento, non ponendosi affatto sulla scia delle spesso insulse conventicole che purtroppo tendono a dettare legge nell’asfittico giornalismo cinematografico italiano, omologandone così il gusto fino a pericolosi livelli di appiattimento. Tali meriti emergono già dalla presentazione di Annarita Curcio per essere poi ribaditi dalla sintetica ma lusinghiera postfazione di Antonio Tentori, a sua volta figura che tanto ha dato al cinema di genere realizzato nel nostro paese. Con tali referenze, noialtri non possiamo far altro che invitare ancora una volta alla lettura del libro tutti quei cinefili che vorranno ampliare le proprie vedute, confrontandosi con analisi critiche accurate e dotate al contempo di una certa immediatezza.

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