LA CASTA MORTA

Elogio del dissenso e satira politica, sulla scia di Tadeusz Kantor, al Teatro Trastevere

la casta mortaSoggetto di: Luigi Marinelli e Michele Sganga
Testo di: Adriano Marenco
Regia di: Simone Fraschetti
Con: Raffaele Balzano, Marco Bilanzone, Valentina Conti, Francesca Romana Nascè, Mersia Valente, Marco Zordan
Installazioni a cura di: Pamela Adinolfi, Alessandra Caputo, Daniele Casolino, Lisa Rosamilia, Antonio Sinisi
Musiche di: Michele Sganga
Soprano: Nora Capozio
Violino: Lia Tiso
Pianoforte: Michele Sganga
Chitarra, riprese audio e sonorizzazioni: Matteo de Rossi
Scenografie di: Domenico Latronico
Foto di scena: Ikonica Foto
Produzione: Patas Arriba Teatro
Location: Teatro Trastevere, dal 28 febbraio al 5 marzo 2017
Orari spettacoli: martedì-sabato h 21.00, domenica h 17.30

Intro: Cinque parlamentari e un commesso eleggono il presidente fantoccio Neoplasio. A turno lo animano, gli danno voce ma, in Neoplasio, burattino e burattinaio coincidono. Nell’ombra della sua autorità faranno tutto il possibile per mantenere il potere fino alla fine dei giorni. In scena il potere economico e quello politico vivono in intimità. La casta sa di essere morente. Ora dovrà trovare il modo di rigenerarsi, cercando un nuovo tipo di potere per continuare ad esistere, un potere dal volto umano, che si avvicini alla gente creando nuovi consensi.

La casta morta2Qui a Roma il circuito dei teatri off regala ogni tanto qualche lieta sorpresa. Quasi mai così bella, però, ed è pertanto un doppio piacere che vi abbia fatto da sfondo uno spazio cui ci stiamo affezionando sempre di più, il Teatro Trastevere. Tirare in ballo un mostro sacro del teatro novecentesco come il polacco Tadeusz Kantor non era del resto compito agevole. Qui ci si è riusciti ottimamente, perché a prendere forma non è di certo un calco sterile, un omaggio stereotipato e quasi conseguentemente mummificato, bensì una rilettura personale che si aggancia come i canini di un vampiro alle vene di un disagio decisamente contemporaneo, tragicamente contemporaneo.

La castMa a cosa si sta alludendo, di preciso? Ad andare in scena non è stata La classe morta, opera che ha consacrato Kantor a livello mondiale, ma ciò in cui essa si è trasformata assecondando una folgorante intuizione avuta da Luigi Marinelli e Michele Sganga, intuizione trasferitasi poi con naturalezza nel testo di Adriano Marenco: La casta morta. I vecchi-bambini del drammaturgo polacco hanno fatto carriera, sono qui diventati politicanti ruffiani, fantocci (quasi come quello, Neoplasio, che al termine di una grottesca votazione eleggeranno Presidente) al servizio di un parlamentarismo sempre più alieno dai problemi reali della gente, semplice fucina di privilegi e/o meccanismo distorto operante per conto di interessi altri, quelli di un’economia altrettanto “dopata” e specchio di una grande finanza precocemente innalzata a divinità inattaccabile. Nei rituali di una classe politica a tal punto degenerata convivono opportunismo e imbarazzante idiozia, cupidigia e atteggiamenti infantili. Ma non era stato un certo Karl Marx, parecchio tempo fa, a metterci in guardia dal sopraggiungere del cosiddetto “cretinismo parlamentare”? Ecco, magari non immaginava neanche lui che sarebbe stato cretino a tal punto.

La casta morta eposMarenco e i suoi, però, prima dei politici ci avevano fatto incontrare addirittura Omero. Ritorno alle radici del pensiero occidentale. Anch’esso, comunque, minato dal senso di smarrimento generale… e così La casta morta aveva avuto un inizio inconsueto già nell’atrio del Teatro Trastevere, con quelle istallazioni e i vari interpreti chiamati ad animarle, ad introdurre il pubblico nel clima della rappresentazione. Coinvolgendolo anche direttamente, a volte: il sottoscritto, per esempio, è stato subito invitato ad accomodarsi nella tenda della bella Circe, impersonata con un certo magnetismo da Alessandra Caputo. Esperienza dai contorni quasi mistici, ma con un dubbio feroce, all’uscita della suddetta tenda: sarò ancora uomo o qualche subdolo incantesimo m’avrà intanto trasformato in maiale? Non si scherza con Circe. E questa perplessità ci accompagnava ancora nel momento di accomodarci finalmente in sala, con gli altri interpreti legati alle “installazioni omeriche” (Pamela Adinolfi, Daniele Casolino, Lisa Rosamilia, Antonio Sinisi) sparsi tra il pubblico a propagandare, in modo apparentemente disordinato, le antiche parabole di Cassandra, Penelope, Odisseo.

la-casta-mortaIl mito a puntellare uno sconcertante e laido presente. Grazie alla penna pungente di Marenco e alla regia, molto ispirata, di Simone Fraschetti, La casta morta ingloberà ancora frammenti dell’epos classico, quale spiazzante contrappunto di un corpo centrale dello spettacolo, incentrato invece su una visione grottesca, acida, dissacrante, dell’attuale scenario politico. I diversi attori si faranno carico a turno della fusione col dinoccolato manichino, Neoplasio, portato in giro sul palco quale vuoto simulacro di un’azione politica sapientemente svuotata di contenuti, resa parodica liturgia cui il popolo, “l’elettorato”, può assistere come assistevano un tempo i fedeli alla messa in latino. Molto efficaci i giovani attori impegnati sul palco, ovvero Raffaele Balzano, Marco Bilanzone, Valentina Conti, Francesca Romana Nascè, Mersia Valente, Marco Zordan, alcuni dei quali ci sono sembrati più sciolti degli altri, tutti però ben coordinati in quella interazione fisica portata ad accentuare la surrealtà della situazione. C’è da dire poi che le parole scelte da Marenco graffiano realmente, pur mantenendo un’apprezzabile leggerezza di fondo: esempio di abile decostruzione del linguaggio, e della fabula, il testo di questo autore emergente (che già conoscevamo per analoghe operazioni compiute in passato) strappa nello spettatore più attento un sorriso complice, mescolando la farsa più indiavolata con scorci di un’esistenzialismo amarissimo, archetipi di lungo corso con mai banali riferimenti alla contemporaneità, alla stessa cronaca (geniale, in tal senso, il fugace ma sulfureo riferimento ai gemelli Kaczyński in Polonia e alla loro controversa parabola politica). Da dove si era partiti? Dal panorama del teatro off. Ecco, speriamo di aver lasciato intendere per quale motivo non sia poi così comune, almeno nella capitale, vedere rappresentazioni di tale spessore e con un impianto scenico così forte e strutturato.

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