LA BELLA E LA BESTIA: POCA QUALITÀ, TANTI I QUATTRINI

Il remake cinematografico della fiaba sfiora un incasso globale di 700 milioni di dollari. Con una spesa di 160 milioni la Disney investe e guadagna. Ma non si spreca.

È nei cinema da un paio di settimane ma è già campione d’incassi. L’ultima produzione Disney La Bella e La Bestia, remake della versione animata del 1991, ha sbancato i botteghini del mondo con un incasso globale di circa 700 milioni di dollari (14,1 milioni di euro in Italia). Un successo che i vertici della Disney già prefiguravano: non hanno avuto remore, infatti, ad investire ben 160 milioni di dollari per la messa in opera del film, praticamente uno dei musical più costosi della storia. Programmato in più di 700 sale cinematografiche e visto nella prima italiana da più di 100mila persone, La Bella e La Bestia aveva già fatto parlare di sé per aver guadagnato un altro record, quello del trailer più visto di sempre (91,8 milioni di visualizzazioni nelle prime 24 ore). Insomma una bomba da box-office che ha convinto la Disney a spendere altri 100milioni di dollari per la promozione.  Le anteprime mondiali sono partite a febbraio da Londra, città in cui è stato girato il film, dove le immense scenografie avevano già mostrato le intenzioni tutt’altro che sobrie della produzione. Che a questo fiume di denari corrisponda un’ondata di qualità è però tutto da dimostrare.

Il film sembra infatti pensato, progettato e poi lanciato a colpo sicuro per inglobare quattrini con pochi sforzi d’ingegno. Tutta la capacità creativa della Disney l’avevamo già vista nel cartoon del 1991, quando vinse l’Oscar per la miglior canzone originale e la miglior colonna sonora, oltre ad essere candidato per miglior film (la prima volta per un prodotto di animazione). Portò a casa anche due Golden Globe e due Grammy grazie alle musiche di Alan Menken, e fu uno dei primi cartoon ad essere scritto con una sceneggiatura anziché con il classico storyboard. La scena del ballo tra la Bella e la Bestia è inquadrata dall’alto, come fosse ripresa da un dolly, un punto di vista impensabile per i film di animazione dell’epoca. Lo studio dei disegni, la costruzione dei personaggi e la rielaborazione della fiaba fu il frutto di un lavoro creativo puntiglioso che ottenne il dovuto successo. Il film di oggi si adagia sugli allori di ieri, senza aggiungere granché. E là dove aggiunge, sbaglia.

Nel cast ci sono Dan Stevens nei panni della Bestia e la diva acchiappa-teenager Emma Watson che interpreta la Bella. Quest’ultima scelta non sembra affatto casuale: oltre ad essere una delle attrici più pagate di Hollywood (14 milioni di dollari l’ultima busta paga conosciuta), Emma Watson nel 2015 fece parte della lista del Times sulle 100 personalità più influenti del mondo per via del forte ascendente che esercita sulle ragazze della sua età. Molto più talentuosa quando interpretava Hermione nella saga di Harry Potter, oggi la Watson è una diva costruita a tavolino in ogni minimo dettaglio (dallo smalto ai capelli). Viene scelta per il primo personaggio femminista della storia della Disney, cioè quella Bella che nel 1991 venne ricalcata sul volto e sul carattere di Audrey Hepburn: bella, indipendente, un po’ persa nel suo mondo, con l’ambizione di andare oltre il comune sentire. Belle è l’eroina che salva il padre, salva la Bestia e mette a tacere le chiacchiere dell’ottuso paesino di provincia nel quale è cresciuta. Emma Watson non riesce a tirar fuori questo carattere, pare essersi stampata in volto un’unica espressione, quella adottata per Burberry e Lancome che l’hanno scelta per le proprie campagne pubblicitarie. Si rapporta al mondo circostante come una secchiona snob che mal sopporta gli abitanti del suo paese (il Guardian la definisce, senza tanti complimenti, “una cazzona”). La Bella animata degli anni ’90, invece, non emetteva giudizi sulla società, desiderava semplicemente qualcosa di meglio per sé.

Emma Watson non ci racconta l’evoluzione del personaggio, cioè su come abbia potuto innamorarsi di una Bestia, e non aiuta il fatto che la Bestia interpretata da Dan Stevens non faccia paura. Non è mostruosa, inguardabile, come invece richiederebbe la tradizione. Questi dettagli estetici e caratteriali, fondamentali per capire la storia, la Disney li aveva ben presenti quando programmò la versione animata della fiaba. Nel 2017 sceglie di dare tutto per scontato. Prova a raccontare il passato dei protagonisti, ma questo lavoro non aiuta a capire le motivazioni che spingono le loro azioni, e neanche la storia d’amore che nasce tra i due. La Bestia, quand’era ancora uomo, è una sorta di Luigi XVI, un re egoista che sceglie di mettersi a corte un personaggio di pelle nera (impensabile per l’ipotetico Settecento nel quale viene ambientata la fiaba) e un altro con evidenti inclinazioni omosessuali. Così, è sufficiente mettere un nero e un omosessuale (ovviamente sottoforma di macchietta) per metter su la modernità.

Troppo poco per rinnovare una fiaba che ha in realtà origini antichissime. Qualcuno la fa risalire addirittura ad Amore e Psiche, per via di certi elementi ricorrenti nella storia (il sodalizio con un uomo che non si può guardare, le innumerevoli prove che la fanciulla deve affrontare prima di accettare l’amore, compresa quella della morte). E non sarebbe la prima volta che la Disney azzecca un cartoon, ma sbaglia la pellicola. Accadde lo stesso con Alice nel Paese delle Meraviglie, quando il regista Tim Burton non riuscì a restituire quell’aspetto inquietante che invece caratterizzava la fiaba cartoonata (come dimenticare la storia delle ostrichette?).

La bellezza delle fiabe sta nella loro eternità, cioè nella possibilità di conferire alla storia una chiave di lettura sempre diversa e al contempo attuale. E c’è sempre un motivo ben preciso che le fa nascere. La Bella e la Bestia, ad esempio, viene scritta nel Settecento per criticare una società che obbligava le donne a sposare uomini che erano come bestie, così l’aveva pensata Madame Villeneuve. Qualche anno più tardi, un’altra donna, Jeanne-Marie de Beaumont, riscrive la fiaba trasformandola in un racconto fatto di buone maniere e puri sentimenti. Eliminando la critica sociale e scrivendola con uno stile semplice, Beaumont rende la fiaba eterna. Poi nel 1946 arriva Jean Cocteau e ribalta nuovamente tutto.

La Bella e la Bestia di Cocteau è un film che racconta lo strano erotismo di una Bella che prova piacere a dar da bere a un mostro, e della Bestia invece dice: “una parte di lui è in lotta con un’altra parte. Certe forze gli obbediscono, altre forze lo comandano”. Insomma ne fa una questione psicologica. Anche il regista francese Christophe Gans prova nel 2014 a creare una versione cinematografica della fiaba, ma è un flop. Scopiazza senza troppa vergogna Cocteau e infarina tutto in un racconto fantasy pieno di effetti speciali che, al sodo, non raccontano un bel nulla. Dunque a conti fatti, con calendario alla mano, l’ultima versione realmente moderna della fiaba è proprio quella della Disney del 1991. L’intento, quella volta, fu di spiegare il principio che non bisogna cedere alle apparenze, anche le bestie nascondono la bellezza.

Una curiosità: pare che la Disney iniziò a lavorare alla sceneggiatura de La Bella e la Bestia già intorno agli anni ’40 e ’50, poi decise di rimandare tutto a causa del film di Cocteau. La pellicola di Cocteau aveva infatti distrutto i piani della Disney che doveva trovare un modo nuovo di raccontare la stessa fiaba senza cadere nella trappola del paragone. Fortuna che le fiabe si prestano facilmente alla rielaborazione. Ma per trovarne una degna dobbiamo tornare, nella migliore delle ipotesi, al 1991.

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