Under Stars di Amy MacDonald

Under Stars

Dopo aver ascoltato Amy MacDonald all’Open Air di Zurigo dell’estate 2016, era tanta la curiosità per la pubblicazione del nuovo disco della cantautrice scozzese. Una voce particolarmente interessante, un bel modo di stare sul palco e alcune canzoni che mi risuonavano nelle orecchie (tra cui il suo primo successo “This is the Life“, del 2008), oltre all’interesse della critica per questa musicista di talento, mi hanno convinto ad acquistare l’album appena uscito, “Under Stars“.

La delusione per questo lavoro è certamente correlata alle aspettative. Nella musica, come nella vita, non ti delude mai un qualcosa da cui non ti aspetti nulla. L’industria discografica sforna continuamente “nuovi fenomeni musicali”, tutti presentati come dotati di talento e di genialità compositiva e in questo è bravissima a creare delle aspettative. Chi ha un po’ di esperienza in merito, sa bene che i Pink Floyd o i Led Zeppelin non torneranno mai, ma un appassionato almeno spera in qualcosa di veramente nuovo e non un triste e ripetitivo “già sentito”. L’entusiasmo, forse prematuro ma almeno giustificabile, tra gli addetti ai lavori per la giovane cantante scozzese era forte dopo il suo primo tormentone radiofonico, ma probabilmente si trattava di un successo troppo difficile da replicare (come dimostra il fatto che i due album pubblicati dall’artista dopo l’esordio, (rispettivamente “A Curious Thing” nel 2010 e “Life in a Beautiful Light” nel 2012) sono passati piuttosto sotto silenzio.

La pressione per la realizzazione del quarto, attesissimo, lavoro della cantautrice scozzese era tanta dopo cinque anni di silenzio discografico. La MacDonald ha dimostrato di aver conservato l’affetto del suo vasto e fedele pubblico, ma ben lungi dall’inneggiare al capolavoro (come hanno cercato di fare alcuni dei suoi fan più incalliti), la pubblicazione di questo nuovo disco, purtroppo, ha confermato un generale appiattimento musicale, che è andato di pari passo a una generale uniformazione stilistica. Nel look, la bella e simpatica ragazza scozzese ha optato per un totale restyling e si è ritrovata a essere il classico esempio di donna snella, modello pin-up, dall’aria aggressiva e la faccia spigolosa, provvista di tatuaggi pacchiani e vistoso make-up. La fortuna è che lo stile non altera la voce graffiante, corposa e seducente di cui la Macdonald è dotata. Anche in questo lavoro, il timbro che caratterizza la cantante scozzese resta senza dubbio uno dei più interessanti offerti dalla scena femminile degli ultimi anni. Ma proprio per questo motivo aumentano i rimpianti nel constatare come tale dono rimanga perlopiù al servizio di canzoni che, per quanto orecchiabili, faticano a imporsi sulla scena musicale per più di una stagione. Insomma, musica usa e getta, come tanta prodotta negli ultimi anni.

Ecco quindi che anche il singolo di lancio del nuovo singolo, Dream On, costituisce un classico esempio di rock “easy listening”, un brano con una struttura semplice e orecchiabile, incline al pop tanto da lasciar presagire un successo radiofonico pressoché garantito. Al contrario, Under Stars, la title track del disco, rappresenta una buona via di mezzo tra inno all’emancipazione e una canzone d’amore, per cui – fatti i conti con una linea armoniosa gradevole- risulta a tratti un po’ troppo didascalica, finendo per rivelarsi come un’occasione perduta.

Tra gli altri brani meritano sicuramente una citazione la grintosa Feed My Fire, un ottimo esempio di canzone rock incentrata sulla potenza devastante del desiderio fisico, che, seppur non originalissima, permette alle capacità interpretative di Amy di brillare in tutta la loro versatilità, e The Leap of Faith,  un brano atipico e originale, ispirato al referendum per l’indipendenza scozzese svoltosi nel 2014. Ma è soprattutto con Down By the Water, che Amy fa intravedere ancora il talento di cui è capace. La canzone è una classica ballata nella scia della tradizione folk angloamericana, dotata di una propria originalità dove non si avvertono quei “cali di tensione” che purtroppo permeano tutto l’album, con brani che a volte paiono semplicemente riempitivi.

Per concludere, è quando la MacDonald torna alle origini che l’album diventa interessante. Il suo background e la sua eredità musicale sono marcate. La voce ha una sua peculiarità. Dovrebbe quindi spingersi più in là e allontanarsi, senza ripensamenti, da quel taglio altamente commerciale che l’ha portata a essere, con questo disco, una come tante.

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