PERDENDO IL GIAPPONE

Il breve saggio pubblicato da Riccardo Rosati nel 2005 pone alcuni stimolanti interrogativi, tuttora validi, sull’odierno assetto della cultura e della società giapponese.

GiapponeTitolo: Perdendo il Giappone
Autore: Riccardo Rosati
Edizioni: Armando Editore
Pagine: 64
Costo: € 8,00
Pubblicazione: settembre 2005

INTRO: Con l’utilizzo del participio presente perdendo, l’autore evidenzia il tono di uno studio che prende gradualmente la forma di una pacata e puntuale denuncia. Una analisi attenta e coraggiosa, in opposizione all’ormai dilagante presenza del fenomeno multiculturale negli ambienti critici mainstream. In antitesi a questo appiattimento delle differenze che delimitano la vera essenza di ogni cultura, Rosati affronta la difficile questione della inarrestabile occidentalizzazione del Giappone. Sebbene lo studio abbia il proprio perno nella analisi critica della letteratura giapponese moderna e contemporanea, troviamo presenti anche interessanti riflessioni linguistiche e sociologiche.

L'autore del libro Riccardo Rosati
L’autore del libro Riccardo Rosati

Come era solito dire in televisione il buon Lubrano, “la domanda sorge spontanea”: perché recensire oggi un saggio la cui pubblicazione risale addirittura al 2005? La stima nei confronti dell’autore potrebbe apparire già una buona risposta. Ma non è sufficiente. Il fatto che il libro risulti ancora reperibile, attraverso certi canali on line, aggiunge un po’ di mordente alla ricerca delle possibili motivazioni. Però è l’immutata attualità e modernità dell’analisi condotta da Riccardo Rosati ciò che rende Perdendo il Giappone una lettura consigliabile, se si vuole problematizzare il panorama della cultura giapponese contemporanea, escludendo visioni di comodo e percorsi scontati in favore di prospettive magari controcorrente, ad ogni modo ben documentate.

Una cover giapponese di Trash, il romanzo di Yamada Eimi
Una cover giapponese di Trash, il romanzo di Yamada Eimi

Dov’è quindi che ci vuole condurre Rosati, yamatologo dal percorso di studi assai variegato il quale, già in precedenti occasioni, aveva dimostrato di sapere approcciare il Giappone da molteplici punti di vista, taluni più in linea con la cultura pop ed altri di ambito maggiormente tradizionale? In questa sua istantanea, la letteratura nipponica contemporanea viene presa in esame a partire da due testi, Norwegian Wood di Murakami Haruki e Trash di Yamada Eimi, che avevano beneficiato di un immediato successo sia in patria che all’estero, diventando acclamati best seller. Qui è proprio il punto di vista scelto da Rosati per parlarne a fare la differenza. Arrivandoci attraverso un conciso ma piuttosto esauriente excursus sui diversi periodi della letteratura giapponese moderna, l’autore intende dimostrare come dietro al successo di determinati autori vi sia anche un mutato clima culturale, in cui l’attenzione quasi morbosa per valori, stili di vita, tendenze giovanili e finanche espressioni linguistiche di provenienza occidentale ha progressivamente minato ciò che poteva esserci di autenticamente giapponese, in tali prodotti culturali.

C’è da fare subito una precisazione importante, però: quel che piace del lavoro di Rosati, sia a livello metodologico che di contenuti, corrisponde anche alla ricchezza delle fonti e alla profondità di una ricerca che non si lascia andare a grette semplificazioni ideologiche, facilitando al contrario la creazione di un valido contraddittorio interno e di un discorso più sfaccettato. Detto diversamente, alla scrittura di autori come Murakami e la Yamada vengono riconosciuti in realtà notevoli pregi, la si analizza con sincero interesse, ciò contro cui si vuole invece puntare il dito è il pressoché totale rifiuto di alcuni tratti specifici della società e della cultura d’appartenenza espresso, in forme differenti, nei loro romanzi. E qui la ricognizione di Rosati si fa ancora più originale, stimolante, allorché il dato linguistico viene preso in esame sottoponendo le opere a uno studio delle scelte lessicali, degli stessi anglismi, delle altre forme “importate” da fuori, in cui la sensibilità umanistica di chi ha redatto il saggio non disdegna l’utilizzo di strumenti informatici allorché si voglia valutare più serenamente quanto ricorrano, quale frequenza abbiano tali elementi nelle pagine dei due autori. Il sommarsi di un approccio di natura statistica al versante della critica letteraria è un’altra nota di merito, una singolarità costruttiva, per questo breve saggio che si consiglia vivamente di recuperare, se si ha nei confronti del Giappone un vivo, forte, persistente interesse.

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