Con Jean-Pierre Durièz a Ferrara

Inaugurata il 9 settembre “La città dei cuochi e la città moltiplicata”, mostra che crea un immaginifico dialogo tra le opere del pittore francese Jean-Pierre Durièz e quelle dell’artista Ugo Marano, scomparso sei anni fa

 

9 settembre 2017, sala mostre di Palazzo Turchi di Bagno

Tornare dopo parecchio tempo a Ferrara, città dalle invidiabili testimonianze storiche e artistiche, dotata ancora oggi di una vita culturale intensa, stimolante, già di per sé si è rivelato qualcosa di bello. Ma l’evento che ha determinato tale trasferta ha reso poi l’occasione ancor più speciale. Ci si è mossi infatti da Roma assieme ad altri colleghi per partecipare a una breve conferenza stampa, con annessa visita degli spazi espositivi, ivi prevista per presentare agli addetti ai lavori una mostra quanto mai stuzzicante, succulenta: aggettivi di certo non casuali, questi, essendoci di mezzo Jean-Pierre Durièz, artista transalpino affascinato proprio dalla vita che scorre in cucina e dalla figura del cuoco! Con un occhio di riguardo, peraltro, proprio per quella gastronomia italiana a lui molto cara.

Singolare, in ogni caso, la formula della mostra allestita nel prestigioso centro estense : “La città dei cuochi e la città moltiplicata” ha saputo infatti creare un immaginifico ponte tra le opere di Jean-Pierre Durièz e quelle dell’artista Ugo Marano, scomparso sei anni fa, con due stili indubbiamente diversi a confronto ma un vissuto che, in entrambi i casi, ha avuto anche il territorio del ferrarese quale epicentro. I criteri che hanno spinto a portare avanti questo progetto, senz’altro suggestivo, ci sono stati eloquentemente illustrati nel corso della suddetta conferenza stampa, cui hanno partecipato oltre a Durièz altre personalità della cultura legate un po’ a lui, un po’ a Marano, un po’ agli stessi enti e luoghi che hanno offerto ospitalità all’iniziativa. A tal proposito particolarmente piacevole è stato parlare con Ursula Thun Hoenstein, presidente del Sistema Museale di Ateneo dell’Università di Ferrara, visibilmente dotata di grande passione per il suo lavoro e altrettanto competente, nonché abile sul piano comunicativo. Già ottima “padrona di casa” al momento di introdurre le opere ospitate in questo particolare frangente, si è poi dimostrata non meno persuasiva, coinvolgente, quando ha portato in giro i più interessati per gli ambienti del Palazzo Turchi di Bagno, descrivendo più minuziosamente quella realtà museale sorta in ambito universitario che pare distinguersi per efficienza, creatività, cura dei dettagli, vocazione alla multidisciplinarità e all’incontro stesso, nel senso di un dialogo che risulti sempre costruttivo e fecondo tra i vari comparti della ricerca.

Terreno fertile, quindi, per un evento come quello che ha coinvolto gli artisti in questione. Rifacendoci all’intervento dell’eclettico economista napoletano Raffaele Persico, “Jean-Pierre Durièz elegge il cuoco a comunicatore per l’incontro ed in questa visione lo propone come immagine cosmopolita del messaggio relazionale, attingendo alla cultura del francese antico e alle rappresentazioni classiche del convivio. […] Il Cappello del Cuoco diventa bandiera universale e si fa riconoscere come messaggio di invito fino a volare su tappeti improbabili in concorrenza con altre velocità del viaggio.” Altrettanto emblematico il discorso da lui affrontato, allorché si traccia una relazione tra La città dei cuochi di Jean-Pierre Durièz e l’opera dello scomparso Ugo Marano: “La città moltiplicata vive come viaggio strategico per l’addizione non lineare alla Ferrara del contemporaneo. Il progetto di città elaborato per il piano strategico del Copparese, dopo diversi anni si mostra come prefigurazione necessaria, arte ed economia annunciano la ricerca e le azioni da fare.
Le due città si specchiano in nuove parole d’incontro e i gesti d’arte si confrontano negli spazi dedicati del Polo d’Arte moderna e Contemporanea di Ferrara.
Da parte nostra, oltre a ricordare che la mostra sarà visibile fino al 1° ottobre, non possiamo far altro che sottolineare l’analoga impressione di appartenenza a una comunità universale, sempre alla ricerca di un più armonico modus vivendi che l’assaporare del buon cibo in compagnia può suggellare allontanando rivalità, motivi di insoddisfazione e cattivi pensieri, intuizione questa suggeritaci con insistenza dalle vivaci tele di Jean-Pierre Durièz. Con la sua proverbiale “toque du chef” a fungere da totem, da biglietto da visita di un più sano stile di vita. E quei cromatismi allegri, abbinati a un tratto sottilmente caricaturale e comunque garbato, quale suggello di un’operazione artistica condivisibile tanto nello spirito che nella sua comunque originale concretizzazione.

Ma per prendere ulteriormente confidenza con un artista simile, quale occasione migliore dello stare a tavola con lui? Mai luogo poteva essere più adatto. L’ospitalità ferrarese si è rivelata quindi degna di nota anche in questo: artista, curatori dell’evento e stampa si sono difatti ritrovati a pranzare insieme, per concludere poi la giornata a cena in uno degli angoli più suggestivi della città, il rinascimentale Palazzo Roverella. In entrambe le occasioni i racconti di un sì appassionato comitato d’accoglienza sul passato storico-artistico della città si sono intrecciati con quelli, non meno, gustosi, del poliedrico artista francese. Sì, perché Jean-Pierre Durièz con l’ascoltatore più attento può condividere, tra le tante esperienze, una fitta aneddotica e alcune spiritose testimonianze relative alla sua frequentazione di certe eccellenze del mondo dello spettacolo, proprio qui in Italia; a partire dall’incontro con Arbore e con lo scanzonato gruppo di Quelli della notte, incontro foriero di diverse amicizie e di un amore durato qualche anno: quello con Marisa Laurito, trasformatosi poi in affettuoso rapporto amicale che persiste ancor oggi, sia con lei che con l’amata città di Napoli. Ed è poi un piacere sentirlo rimembrare determinate esperienze da interprete cinematografico su set importanti, da quello di Mignon è partita di Francesca Archibugi a quello approntato da un Tornatore all’epoca in piena fase ascendente, il quale, inserendolo nel cast de Il camorrista, gli fece conoscere una serie di incredibili personaggi, compreso il mitico Ben Gazzara. Insomma quello del Jean-Pierre Durièz attore è un aspetto su cui ci piacerebbe tornare e ci ripromettiamo pertanto di farlo. Alla prossima mostra, alla prossima proiezione o al prossimo incontro a tavola!

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