DISNEY COMPRERÀ FOX PER 52,4 MILIARDI DI DOLLARI

Bob Iger e Rupert Murdoch
Mega acquisizione per la ditta di Topolino che assorbirà la 21th Century Fox di Rupert Murdoch. Un nuovo episodio della guerra dei media?

Pare che tutto sia iniziato la scorsa estate al Moraga Vineyards di Bel Air, le cantine private di Rupert Murdoch. Il grande vecchio dell’informazione repubblicana e l’amministratore delegato della Disney Company Robert Iger discutono davanti a un bicchiere di vino il nuovo andamento del mercato dei media. Nel bel mezzo della discussione, Bob Iger ottiene un’informazione da far strabuzzare gli occhi: Murdoch è finalmente disposto a vendere la 21st Century Fox. Le trattative andranno avanti per mesi dentro i salotti di Manhattan, finché il 14 dicembre arriva la nota ufficiale: la Disney comprerà Fox per 52,4 miliardi di dollari.

Il colosso News Corp di proprietà della famiglia Murdoch verrà diviso in due: Disney otterrà lo sport e l’intrattenimento, dunque Fx Networks, National Geographic Partners, Fox Sports Regional Networks, Fox Networks Grup International, Star India e le partecipazioni di Fox in Hulu, Sky, Tata Sky e Endemol Shine Group. Resterà ai Murdoch tutta la branca dell’informazione, cioè Fox Broadcasting Network, Fox New Channel, Fox Business Network, FS1, Fs2 e Big Ten Network che verranno scorporate in un’unica società e le azioni ridistribuite fra gli attuali azionisti. Il costo totale dell’operazione vale 66,1 miliardi di dollari, giacché la Disney ha già promesso che nell’affare sono inclusi i 13,7 miliardi di debiti accumulati da Fox.

La maxi-operazione avrà pesanti conseguenze anche sul mercato europeo, nello specifico su Sky plc che controlla anche la nostrana Sky Italia. Fox detiene attualmente il 39% della società europea, ma ha già deciso di aumentare il controllo fino al 61% per poi cederlo direttamente a Disney che erediterà 23 milioni di clienti fra Gran Bretagna, Irlanda, Germania, Austria e Italia.

Bob Iger, ad di Disney Company

Se l’accordo andrà in porto la Disney diventerà quindi uno dei più grandi detentori dell’intrattenimento su scala globale. Già proprietaria della Abc, il network televisivo con più ascolti degli Stati Uniti, la ditta di Topolino sa perfettamente quanto valgono gli incassi televisivi. Nonostante i parchi a tema, i resort, i gadget e le produzioni cinematografiche, l’intrattenimento è una delle principali fonti di approvvigionamento della Disney, soprattutto serie tv di successo come Grey’s Anatomy e Scrubs. Ora, con l’acquisizione di Fox, ingloberebbe produzioni storiche come I Simpson e l’intero comparto cinematografico, compresi i favolosi studios che hanno visto nascere, tra gli altri, Marilyn Monroe.

Insomma la Disney continua a mantenere vivo un impero che durante la reggenza di Iger ha conosciuto il suo periodo di massima espansione. Amministratore delegato della Company dal 2005, Robert “Bob” Iger ha triplicato il netto annuo (da 5 agli oltre 15 miliardi di dollari) e quasi raddoppiato il fatturato (da 31 a 55,14 miliardi di dollari). Dotato di una vista molto aguzza, Iger ha incamerato negli anni la Pixar, i supereroi MarvelLucasfilm, che produce la saga campione d’incassi Star Wars. Ha investito nella fiorente economia indiana di Bollywood e, se l’accordo con Fox andrà in porto, si troverà fra le mani anche Star India, colosso del mercato mediorientale con 720 milioni di telespettatori.

Avrebbe dovuto dimettersi nel 2019, ma ha deciso di posticipare il pensionamento al 2021 proprio per concludere l’affare con Murdoch. E così vengono azzerate anche le indiscrezioni su una probabile candidatura di Iger alla Casa Bianca, sebbene Bob alla politica non abbia mai rinunciato. Dopo aver finanziato la campagna elettorale di Hillary Clinton, Iger ha stracciato la tessera del partito democratico per entrare a far parte dello Strategic and Policy Forum, il gruppo di supermanager messo in piedi da Donald Trump a supporto della sua politica economica. Iger si è dimesso dalla carica dopo il rifiuto di Trump di rispettare gli accordi di Parigi sul clima e ora galleggia nella non precisata schiera degli Indipendenti.

Nell’indecisione politica, Bob si dedica alla sua più grande passione: gli affari. Ghiottosissimo quello appena concluso con Rupert Murdoch, ma i giochi non sono ancora finiti. Sull’accordo aleggia infatti il demone dell’Antitrust, recentemente impegnata a bloccare un’altra mega-fusione, quella tra il colosso della telefonia AT&T e la Time Warner, meglio conosciuta nei cinema come Warner Bros. Il Dipartimento di Giustizia americano ha infatti fermato il processo nel timore di un aumento dei prezzi per i consumatori e avviato tutte le procedure di verifica. Si dice che a bloccare la fusione sia stato proprio il Presidente Donald Trump che pare abbia preteso lo scorporo dell’odiatissima Cnn, di proprietà della Warner, prima di benedire l’unione.

In realtà la mossa politica di Trump si inserisce in una battaglia considerata giusta da altre fazioni hollywoodiane. Il Writers Guild of America West, cioè il sindacato degli sceneggiatori, si è già detto contrario al matrimonio fra colossi, incluso quello Disney-Fox, perché limiterebbe la concorrenza. C’è preoccupazione anche tra gli attuali dipendenti della Fox, poiché la Disney ha previsto un abbattimento dei costi per 2 miliardi di dollari. E sebbene Trump abbia accolto con favore la notizia dell’accordo tra Iger e Murdoch, non può impedire all’Antitrust di agire dopo averla fatta scomodare per il caso AT&T e Warner. Ma entrambi i matrimoni sono a conti fatti il simbolo di una guerra che si consuma, neanche tanto silenziosamente, nell’intero mercato dei media.

Da un lato il battaglione degli anziani imperatori  (Warner, Fox, Disney, Comcast), dall’altro le truppe dei giovani principi (Amazon, Apple, Facebook, Google, Netflix). L’ingresso nel mercato dei ragazzi della Silicon Valley, con le loro strutture leggere che eludono il fisco e irrompono sui mercati esteri senza dover necessariamente aprire nuove sedi, che possiedono tecnologie estremamente costose ma molto redditizie, che acchiappano utenti dando servizi a prezzi stracciati, che fagocitano il mercato delle inserzioni pubblicitarie per oltre l’80% del totale, stanno distruggendo le strutture elefantiache dei vecchi media. Netflix, ad esempio, vanta un fatturato di 8,3 miliardi di dollari: quasi quanto la Fox di Murdoch, ma ancora al di sotto dei 62 miliardi di Comcast. Ciò che spaventa sono i suoi pericolosi ritmi di crescita, con gli utili che avanzano anche del 54% all’anno e i ricavi che segnano un +35%.

Attraverso i canali web Netflix sta distruggendo monopoli granitici dell’on demand come Sky, che non riesce a stare al passo. Nessuno dei vecchi titani è riuscito a bloccare, per ora, l’avanzata di aziende come Netflix. Lo stesso Bob Iger, ad esempio, investe nel web dal 2008, ma con molta cautela. Non vuole sperperare le stabili risorse della Disney Company per investire in un mercato che non si sa ancora dove porterà. Nel 2016 Iger acquista buona parte del servizio streaming della BamTech, e solo il mese scorso ha dichiarato alla stampa di voler investire in Twitter, salvo poi cambiare idea. La nuova reputazione che gli hater, cioè gli odiatori del web, stanno dando a Twitter mal si concilia con i principi portati avanti dal marchio Disney.

David Letterman

Quindi la guerra si è spostata su altri fronti, cioè sui prodotti. Disney vieta a Netflix di mettere in streaming le proprie produzioni, e Netflix risponde facendone di proprie, partendo dalla serie tv House of Cards. Poi arruola volti storici della tv, come David Letterman. Dopo ben trent’anni di fedeltà alla Cbs, il grande Letterman, che conosce il pubblico e dunque il mercato, saluta tutti nel 2015 annunciando un pensionamento e poi spunta fuori su Netflix con uno show nuovo di zecca. Anche Shonda Rhimes, produttore della fortunata serie tv Grey’s Anathomy, è già passata dalla Abc della Disney alle truppe nemiche di Netflix.

In questa battaglia senza esclusioni di colpi, fatta di mega-fusioni, acquisti giganteschi e star trafugate, è emblematico il caso di Hulu. La nuova piattaforma streaming, attualmente disponibile solo in Giappone e negli Usa, è un concentrato di vecchi potentati. Il controllo di Hulu è per il 10% nelle mani della Warner, mentre il resto è equamente diviso tra Disney, Fox e NBC Universal (gruppo Comcast). Una specie di santa alleanza contro i nuovi arrivati della Silicon Valley, quei tipetti sportivi alla Mark Zuckerberg che nel giorno della quotazione in borsa di Facebook si è presentato a Wall Street in felpa suscitando lo sdegno generale.

E allora perché, mentre i potenti si alleano, Rupert Murdoch decide di vendere? La cessione della 21st Century Fox è apparsa a molti come una specie di ritirata. Come se lo Squalo avesse deciso di tirarsi fuori dai giochi e lasciare che il resto degli attori si scannino fra loro. A domanda diretta Murdoch ha risposto: “We are pivoting at a pivotal moment”. Letteralmente: stiamo ruotando su una fase di rotazione (del mercato).

Donald Trump e Rupert Murdoch

Murdoch si guarda bene da specificare in cosa consista questa strabiliante piroetta. Può darsi che abbia effettivamente deciso di farsi da parte, in attesa di capire come si muoverà il mercato nel futuro. Cede la Century e tiene per sé tutto il comparto dell’informazione, dove la competizione è meno aggressiva rispetto all’intrattenimento. Mantiene l’autorevolezza della cara vecchia carta stampata, con cui può influenzare interi governi, e quella televisiva di Fox News, che ha il supporto di Donald Trump. Oppure Murdoch sta solo facendo finta di ritirarsi e lascia una manina dentro il mercato dello spettacolo. Gli occhi sono infatti puntati sul primogenito della stirpe, James Murdoch, che ha guidato la 21st Century fino ad oggi e di cui non si conosce il destino. Dalla Disney fanno sapere di non aver ancora deciso quale ruolo riservare a James Murdoch, se lasciarlo al suo posto come garanzia o se sostituirlo. E dunque se questa vendita ha il profumo di una alleanza, oppure no. E se i vecchi squali dei media sono ancora in grado di mordere, o se hanno i denti ormai spuntati.

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