SOTTO IL SOLE L’OSCURITÀ

È una grottesca, allucinante distopia, quella messa in scena al Teatro Trastevere da una giovane compagnia, ispiratasi per l’occasione a Philip K. Dick

Roma, Teatro Trastevere, 15 Dicembre 2017
L’Associazione Culturale Teatro Trastevere in collaborazione con La Compagnia Teatrale Artigianale I Cani Sciolti presenta: SOTTO IL SOLE L’OSCURITÀ
Testo e Regia: Luca Pastore (ispirato a “La Svastica Sul Sole” di Philip K. Dick)
Con: Dimitri D’Urbano, Luca Laviano, Claudio Filardi, Ludovica Avetrani, Miriam Messina, Matteo Antonucci, Martina Caronna
Musiche originali: Mattia Yuri Messina
Costumi: Ludovica Avetrani, Martina Caronna
Assistenza tecnica: Matteo Antonucci
Date: dal 12 al 17 Dicembre 2017

INTRO: La Nuova Produzione Artistica di Luca Pastore, che torna al Teatro Trastevere dopo il successo di “Club 27” della scorsa stagione, prende spunto dal Libro di Philip K. Dick “La Svastica sul Sole”, in cui l’autore ipotizza un futuro che vede la Germania Nazista vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, trionfo grazie al quale instaurerà un Regime totalitario nel mondo, dividendosi con il Giappone il dominio su Asia ed Americhe. Ed è proprio qui che troviamo le prime differenze tra lo spettacolo ed il libro stesso. La Germania ha vinto la guerra. Non è alleata solo del Giappone ma anche e sopratutto della Russia, costituendo di fatto un nuovo regime Nazi-Comunista.
Siamo nel 2023 e tutta la vicenda prende il via quando alla morte del nonno, grande gerarca nazista, Martha Himmler trova un video che teoricamente non dovrebbe esistere. Sconvolta dalla visione del video, cerca delle risposte nel regime prima e nella ribellione poi. Troverà chi la vorrà aiutare, chi la ostacolerà e chi cercherà di negarle l’evidenza.

“… A un membro del Partito non è consentito spostarsi di un millimetro dalla linea fissata, neanche in questioni del tutto irrilevanti. Ciò che le masse pensano o non pensano incontra la massima indifferenza. A loro può essere garantita la libertà intellettuale proprio perché non hanno intelletto. Ho imparato che se coinvolgi le persone su un livello vitale e importante, risponderanno. Con la vita se necessario. E voi siete tutti coinvolti a livello vitale…”
cit. Ministro Mifune

Il vostro inviato nell’atrio del Teatro Trastevere

Partiamo da una premessa: tendenzialmente a noi piace molto quando la dimensione di uno spettacolo non si limita a vivere sul palco, ma viene anticipata già all’ingresso degli spettatori in teatro e ha magari una coda alla conclusione dello spettacolo stesso, rompendo in qualche modo la prassi dell’applauso tributato agli attori, del loro rituale inchino e del conseguente “rompete le righe”. Nel mettere in discussione certe convenzioni teatrali, una rappresentazione come Sotto il sole l’oscurità ha perciò guadagnato subito punti, ai nostri occhi. Si fa presto infatti a entrare nel clima distopico di ciò che verrà a breve rappresentato sul palco, considerando che ad accogliere gli spettatori alla cassa vi è già qualcuno con l’uniforme del potente regime Nazi-Comunista ipotizzato nella pièce. E sulle pareti del corridoietto d’ingresso campeggiano bandiere, simboli e altre testimonianze della così ardita visione fantapolitica, iconici contributi comprendenti anche una cartina degli Stati Uniti di cui viene ipotizzata la spartizione territoriale tra Germania hitleriana e imperialismo giapponese, al termine della Seconda Guerra Mondiale. Così, in quell’atmosfera alquanto surreale, non stupisce più di tanto se, poco prima che inizi lo spettacolo, un interprete ugualmente in divisa (giovane e fanatico Cadetto, come scopriremo più avanti) spunta fuori dalla sala per porre agli spettatori l’inevitabile domanda retorica: tutti qui per assistere alla cerimonia del Regime? Ovviamente sì. Poiché il consenso è d’obbligo e il dissenso viene punito.

Notevole quindi la fase preparatoria. Tutto ciò, filtrato ovviamente alla luce dal teatro di ricerca dei decenni successivi, non poteva non farci venire in mente gli insegnamenti rivolti ai suoi attori da un grande nome del teatro russo di primo Novecento, ovvero Evgenij Bagrationovič Vachtangov. Leggiamo ad esempio come ne descrive l’operato Sandra Pietrini, all’interno del saggio L’arte dell’attore dal Romanticismo a Brecht: “Vachtangov adotta un «realismo fantastico», che non esclude il tragico ma lo trasfigura nel grottesco. Come in Mejerchol’d, ciò è strettamente connesso a una sorta di estraniamento dell’attore, che deve mostrare di recitare. Nella Turandot gli attori si vestivano e truccavano sulla scena, davanti al pubblico”.
Ebbene, senza neanche rimarcare le analogie tutto sommato evidenti con ciò cui si è fatto precedentemente cenno, sia il tragico che il grottesco sono presenti poi in ampie dosi, nella potente macchina celebrativa vista all’opera in Sotto il sole l’oscurità. Ma soprattutto vi è qualcosa di straniante in come si pongono (e si dispongono) in scena personaggi che sembrano spingere di continuo sulla specificità del loro ruolo nella vicenda, evidenziando così una funzione (e talvolta una problematicità) differente in quella orwelliana concatenazione di eventi, che si dipana non tanto in relazione al pubblico, che pure verrà marginalmente coinvolto attraverso il ripetuto passaggio degli attori in sala, quanto piuttosto a beneficio di una entità superiore che dà l’impressione di vigilare su ogni aspetto della messinscena: naturalmente questa entità non può essere che il Partito.

E qui veniamo all’indubbia potenza scenografica della rappresentazione, da annoverare senz’altro tra i suoi elementi più riusciti. Agli interpreti, ben sincronizzati nei loro movimenti, spetta difatti il non agevole compito di spostare continuamente alcune impalcature mobili, su cui vanno a imprimersi codici propagandistici in linea con la cultura totalitaria descritta. Non solo gli enormi stendardi, quindi, ma anche i telegiornali dichiaratamente filo-governativi proiettati di tanto in tanto su un telone, il che assicura anche una stimolante impronta multimediale allo spettacolo. Da questi inserti e dai discorsi ufficiali dei leader del Regime, declamati dalla cima di suddette impalcature, apprendiamo quasi subito tutto ciò che concerne la stabilità pluridecennale di un Partito impostosi a livello mondiale, nonché l’importanza da esso conferita ai funerali dell’ultimo dei grandi gerarchi nazisti, Himmler, che si ipotizza essere deceduto da poco. Ma proprio alcune rivelazioni relative alla scomparsa dell’ex capo delle SS rischieranno di mettere in crisi tale assetto apparentemente immutabile, a partire dai vertici del Partito…

La distopia portata a teatro da Luca Pastore riecheggia il celebre romanzo di Philip K. Dick, La Svastica sul Sole, ma se ne discosta già nell’ipotizzare un’Unione Sovietica non sbaragliata dagli eserciti dell’Asse ma chiamata dai trionfatori giapponesi e germanici a dominare il mondo assieme a loro, nel nome di un governo globale ancora più cupo e dalla manifesta impronta totalitaria. Alla faccia del Partito Nazional-Bolscevico esistito realmente in Russia e finito di recente fuori legge, è proprio un potere Nazi-Comunista su scala planetaria ciò che viene qui raffigurato. E nel rappresentare le sue dinamiche interne assieme a quelle di un altrettanto immaginario nucleo di ribelli, Sotto il sole l’oscurità si affida a un’interpretazione corale la quale si nutre anche di cupe geometrie, di camminate e pose degli attori accuratamente coreografate, di commenti musicali ossessivi ed enfatici. Quando si muovono tutti assieme, gli interpreti convincono maggiormente. Quando si dà spazio ai singoli personaggi, invece, si avverte qualche stonatura. Se le donne, a partire dalla magnetica interprete che presta volto, fisico slanciato e affondi con la katana tipici del Kendo all’enigmatico plenipotenziario giapponese Mifune (nome la cui scelta, assieme a quella di un Von Stroheim tra i tedeschi, rivela una caricaturale vena cinefila), risultano in generale più credibili, a livello maschile qualche esempio di “miscasting” finisce per pesare un po’ sull’impatto emotivo dello spettacolo. Da un lato l’attore chiamato a interpretare il novello Führer, erede di Hitler, all’inizio della rappresentazione non sembra avere il sufficiente carisma, per poi riscattarsi in una parte finale sostenuta con grande impeto. Mentre più livellata verso il basso è la prova di un alto ufficiale delle SS, che sul piano della fisicità sembra corrispondere bene all’idea che uno può farsi del personaggio, senza però dimostrarsi bastantemente autoritario nei gesti e nel tono di voce. Queste piccole discrepanze fiaccano a tratti l’esito di uno spettacolo che, comunque, nelle scene conclusive riacquista vigore, traendo ulteriore slancio dalla scelta di non far reagire gli attori agli applausi nella maniera consueta (e qui quasi riappare, a nostro avviso, l’ombra del nume tutelare Vachtangov), facendoli bensì restare in una posa rigida, solenne, marziale.

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