INTERVISTA A FRANCESCO PANICCIA

Pianista e compositore dal curriculum internazionale

FRANCESCO PANICCIA è nato ad Ortona (Ch) il 30 giugno del 1977. Si è laureato in Pianoforte con il massimo dei voti al CONSERVATORIO DI BARI, nella classe di Marisa Somma. Ha successivamente frequentato masterclass di pianoforte,  composizione ed improvvisazione in Germania e Inghilterra.  

Si è esibito, nella duplice veste di pianista e compositore, in ITALIA (in prestigiosi spazi come il Teatro Manzoni, la Sala Baldini, e il Teatro Greco di Roma, la Cattedrale di Ferrara, i faraglioni di Capri, etc.), POLONIA (presso la Filarmonica Nazionale di Varsavia), GRAN BRETAGNA (al Contemporary Music Festival di Doncaster, South Yorkshire) e FRANCIA (a Parigi).  Alcune sue composizioni per piano solo sono state eseguite con successo in BELGIO e LUSSEMBURGO. Francesco Paniccia, oltre all’attività solistica, ha collaborato attivamente col mondo del TEATRO e della DANZA, occupandosi recentemente della colonna sonora dell’ultima produzione della Compagnia di teatro_danza ALEPH di PAOLA SCOPPETTUOLO, dal titolo “Soliloquio 2023”.

Ha inoltre composto sigle e colonne sonore per documentari, tra cui quelli prodotti e girati da TERRA INCOGNITA MAGAZINE, e numerosi videoclip, tra cui ricordiamo quello per la performance Extrametello, allestita in occasione del Centenario della Fillea Cgl, e l’audivisivo “La Giornata del Ricordo” (in memoria delle vittime delle foibe), realizzato col contributo del Governo Italiano.

Attualmente vive e lavora a Roma, dove alterna all’attività artistica, quella didattica di Maestro di Pianoforte.

Il suo ultimo album, dal titolo “NO MORE WORDS”, prodotto ed edito da RADIO SANATHANA VANI, è stato presentato ufficialmente in INDIA, nello stato Stato del Karnataka, in occasione del secondo anniversario dalla nascita dell’emittente, ad apertura del “Word Youth Meet” e del “World Music Festival”,  tenutisi a Muddenahalli (Bangalore), tra il 18 e il 26 novembre 2017. Alcuni brani del disco sono stati inoltre scelti ed utilizzati, il 21 novembre, come colonna  sonora del Chat Show “Tea and Transformation”, organizzato e prodotto da U.K. Youth.  L’uscita italiana del disco, presentato presso il Caffè Letterario Mameli 27 (dove Paniccia tiene dei corsi di pianoforte), si avvale del patrocinio dei Web Magazine “Terra Incognita” e “Rockshock”, e del “The Place Music Studio” di Roma.

Dopo aver ascoltato un paio di brani in cui rivela tutta la sua bravura lo abbiamo intervistato per conoscerlo meglio…

 

Come nasce la tua passione per la musica e la scelta del pianoforte?

E’ accaduto in modo del tutto casuale. Mio padre, un generale dell’aeronautica militare in pensione, è sempre stato un appassionato di musica classica. Nella piccola casa in provincia di Bari, dove vivevamo quando ero bambino, i miei erano soliti farmi ascoltare alcuni vinili dei grandi compositori del passato; Bach, Beethoven, Chopin e Liszt erano i miei preferiti. Quando, intorno ai miei 9 anni, si si optò per farmi svolgere una attività extrascolastica, la scelta della musica e del pianoforte risultò quella più naturale.

Chi puoi citare come tuoi maestri e/o influenze particolari?

Ivana Pacieri è stata la mia prima insegnante, era una giovane e talentuosa pianista barese, la prima ad intuire le mie potenzialità e a farmele sviluppare. Poi è arrivata Marisa Somma, che è stata il punto di riferimento di tutta la mia formazione al Conservatorio di Bari. Nella mia prima lezione con lei, dopo aver assistito a una straordinaria esecuzione dello studio n. 11 op. 25 da parte di uno straordinario Gianfranco Sannicandro, all’epoca suo allievo, il mio talento si manifestò per la prima volta. La signora Somma è una figura imponente sul piano didattico, dotata di una caratura artistica eccezionale. Tutt’ora mi capita di pensarla prima di una esibizione o di un appuntamento importante . Mi ha mostrato con grande schiettezza e semplicità le principali problematiche legate alla musica, fornendomi gli strumenti tecnico/artistici per approcciarle nel modo più serio ed efficace possibile. “Gioca e sii serio” era il suo motto, una sintesi di pensiero che dovrebbe animare ogni onesto “performer”. Ho avuto poi la fortuna, nella maturità, di incontrare il mondo del teatro_danza e la coreografa Paola Scoppettuolo, con cui ho vissuto la parabola umana ed artistica più importante della mia vita, una di quelle personalità in cui la parola “genio” non è associata a sproposito. La sua visione totale dell’Arte, il suo esempio, il suo spirito visionario ed anticonformista, unitamente alle sue idee sempre vive, hanno operato una rivoluzione nel mio modo di concepire il suono, dandomi stimoli profondi, e aprendomi a mondi nuovi, cha vanno dalle sonorità del quotidiano ai missaggi, l’elettronica, e molto altro. Delle 18 tracce di “No More Words”, 8 si legano alla collaborazione con la sua Compagnia Aleph, e sono estremamente eccitanti e particolari.

Hai un curriculum di importanti apparizioni internazionali: qual è stato il paese o la circostanza che in qualche modo ti ha maggiormente impressionato?

Suonare a Varsavia, nel 2010, presso la Filarmonica Nazionale (luogo di culto per molti  pianisti classici), dove si tiene il prestigioso Concorso Chopin, mi ha dato sicuramente un’emozione molto forte. Dividevo il palco con la star del jazz polacco Aga Zaryan ed era un periodo molto particolare della mia vita. Quella era  la mia “prima” internazionale in un concerto dove risultavo al contempo interprete e compositore.

Preferisci i ritmi più blandi o quelli più frenetici, come ad esempio quelli di “Mirror”?

La mia musica vive di grandi contrasti, dove il “rarefatto” e il “contemplativo” cedono sovente il passo all’esplosione di grandi masse sonore. Questo deriva dalla mia stessa personalità, che può manifestare stati d’animo e comportamenti difformi, in brevi lassi temporali.

Dove si può trovare il tuo album “No more words”?

No More Words è l’antologia più significativa del mio ventennale lavoro di musicista, con diciassette tracce da compositore, una come arrangiatore/interprete di un bel tema dell’amico Walter Amirante, e l’ultima realizzata, elaborando  il set concept  con Paola Scoppettuolo, e con l’ausilio del sound designer Alessio Valentini. L’album gode di una vita alquanto singolare poiché è stato prodotto dalla radioemittente internazionale Sanathana Vani, per il mercato indiano. La sua presentazione ufficiale ha avuto luogo il 18 novembre scorso a Muddenahalli, vicino Bangalore. Con il supporto di alcune realtà come Terra Incognita, Rockshock e il The Place Music Studio ho avuto modo di presentarlo in Italia, presso il Caffè Letterario Mameli 27 di Roma, lo scorso 15 dicembre, e ne stiamo curando la stampa per il mercato europeo. Al momento il disco, grazie ad un certo numero di copie donatemi da Sanathana Vani, è però già presente in alcuni shops della capitale, come la storica Libreria Odradek di Via dei Banchi Vecchi, il Coupe de Theatre a Campo dei Fiori, le Botteghe eque e solidali di Capoverso, e lo stesso Mameli 27 di Trastevere. Tra un paio di mesi sarà acquistabile sia su internet, che nei punti vendita deputati.

In che modo componi? Ti siedi e provi oppure scrivi?

Ogni volta accade in modo diverso, solitamente quando mi viene commissionato qualcosa, oppure quando mi sento particolarmente inquieto. L’inquietudine è la molla che fa scattare la necessità di avvicinarmi al pianoforte. Solitamente parte tutto da un’improvvisazione. Poi nasce il tema, e via via tutto il resto. Il lavoro in studio di registrazione, che è poi l’officina in cui l’idea si concretizza, è fondamentale. Sono stato molto fortunato ad avere incontrato sulla mia strada il “The Place Music Studio” di Federico Marigliano. Federico è un musicista ed un tecnico eccezionale. Attraverso la sua sensibilità, i suoi consigli e il suo costante riferimento,. la mia musica ha potuto trovare la sua piena concretizzazione sul piano “audio”.

Ho avuto modo di ascoltare tuoi brani ma sempre senza parti cantate: è un caso o una scelta quella di lasciare parola solo al piano? 

Il piano è la mia seconda pelle. Con esso ho un rapporto molto fisico. Difficilmente riesco a concepire qualcosa che non mi veda coinvolto anche come performer. Nondimeno mi è capitato di comporre una decina canzoni, e qualche brano corale ed orchestrale; cose mai incise, però.

Nell’attuale panorama musicale intravedi qualcosa o qualcuno di interessante per quel che ha da dire?

C’é un artista che mi piace molto.  E’ un musicista piuttosto conosciuto nell’ambiente, ma alquanto sottostimato rispetto al suo valore reale. Un pianista jazz e compositore veneto di nome Glauco Venier. Uno tra i massimi talenti che ci siano nel nostro paese,  un signore che non ha nulla in meno di Bollani, peccato che siamo in pochi a saperlo.  E nel suo caso val bene il detto “nemo propheta in patria”.

Al di là del tuo genere cosa ascolti nel tempo libero?

Ultimamente spazio dal jazz di Brad Mehldau e Jarrett al funky di James Brown, da Lucio Dalla alla musica vocale di Haendel e Vivaldi, senza dimenticare i miei idoli del periodo romantico e post romantico Chopin, Scriabin e Rachmaninov; Cammariere e Fossati mi piacciono molto, ho il mito di Arvo Pärt, Nyman e Sakamoto, dei Queen e dei Pink Floyd, ma anche l’ultimo disco di Cesare Cremonini non è male.

Cosa suggeriresti a chi voglia fare il musicista ai nostri giorni?

Quello che suggerisco a tutti i miei allievi, spronandoli sin da piccoli ad improvvisare ed essere creativi. Di vivere la musica come la solida compagna cui affidare la propria anima; di viverla in modo aperto, senza preclusioni o barriere di genere. Se riusciranno a fare questo, qualunque scelta dovessero intraprendere, qualunque “fregatura” dovessero beccare nella vita, dalla musica troveranno sempre le giuste parole da sussurrare o urlare, ed essa non li tradirà mai.

Che progetti hai nell’immediato futuro?              

Porterò “No More Words in Inghilterra” e Germania in primavera,   e probabilmente anche in Belgio. Ho un paio di concerti qui a Roma tra febbraio e marzo, e della musica sacra da comporre. Voglio fare cose dense di significato, suonare, vivere. Portare al pubblico bei lavori, energia, e suoni veri che possano suscitare risvegli, vitalità, ardore. E poi continuare ad insegnare il pianoforte, con “limpida” coscienza, ai miei studenti, che ormai vanno dai 4 anni e mezzo alle 75 primavere. Insomma, tante belle cose !   

Alessandro Tozzi

 

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