IL CAOS ORDINATO DEGLI ACCEPT

ACCEPT – THE RISE OF CHAOS – NUCLEAR BLAST – 2017

Produzione: Andy Sneap

Formazione: Mark Tornillo – voce; Wolf Hoffmann – chitarra; Uwe Lulis – chitarra; Peter Baltes – basso; Christopher Williams – batteria

Titoli: 1) Die by the sword – 2) Hole in the head – 3) The rise of chaos – 4) Koolaid – 5) No regrets – 6) Analog man – 7) What’s done is done – 8) Worlds colliding – 9) Carry the weight – 10) Race to extinction

 

Come avevo avuto modo di apprezzare nel precedente Blind rage del 2014 la voce di Mark Tornillo non fa rimpiangere neanche in sede di lavoro in studio quella storica di Udo Dirkschneider, sia per effettiva somiglianza che per capacità tecnica ed estensione.

Questo, insieme comunque all’intoccabilità di due elementi originari come Peter Baltes e Wolf Hoffmann, rendeva appetibile a prescindere un nuovo album, e l’ascolto in sostanza non delude. Anche gli Accept, come tanti altri vecchietti del metal e del rock, rispondono presente; un nuovo corso è possibile, eccome!

Rispondono presente confermandosi per quel che sono, un punto fermo del metal tradizionale come li abbiamo finora conosciuti.

Senza sconvolgere nessuno, The rise of chaos è un classico disco Accept, con tutti i suoi crismi: un lavoro chitarristico melodico, epico in qualche spunto, fatto a scale e coi granitici cori di una volta, come quelli di Analog man che ricordano tanto Walking in the shadow (Russian roulette, 1986), l’epopea sonora della parte centrale di No regrets, e anche un paio di episodi più mansueti, soprattutto Koolaid, una cadenza che ricorda abbastanza da vicino Princess of the dawn (Restless & wild, 1982), in cui la voce cartavetrosa di Tornillo si intenerisce giusto un poco.

Per il resto nessun pezzo epocale ma le solite certezze quando si parla di Accept; lo stesso chitarrista Uwe Lulis, in appoggio naturalmente al collega, compagno nonchè mostro sacro Wolf Hoffmann, contribuisce non poco a consolidare il sound della band in sostituzione dello storico ma malandato Hermann Frank e ne escono brani tirati al punto giusto, nonostante sprazzi di autocitazione non manchino. D’altronde la propria identità va preservata. L’esempio più calzante è Hole in the head.

Anche la copertina è “catastrofica” quanto basta ma in sostanza quel che più va apprezzato da parte dei seguaci più fedeli è appunto la fedeltà al proprio stile, prerogativa che non sempre mantengono anche certi grandissimi del rock internazionale: basti pensare a quanto raramente gli Accept si sono concessi divagazioni tipo progetti acustici, orchestrali o imprese ardimentose del genere.

Gli Accept sono questi e va bene così!

Alessandro Tozzi

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