INCOGNITO

Quattro formidabili e affiatatissimi interpreti per far rivivere, al Teatro della Cometa, i più contorti, insondabili meccanismi della mente umana

Roma, Teatro della Cometa, 5 aprile 2018

INCOGNITO
Di: Nick Payne
Regia: Andrea Trovato
Con: Graziano Piazza, Anna Cianca, Giulio Forges Davanzati, Désirée Giorgetti
Scene: Luigi Ferrigno
Costumi: Tiziana Massaro
Luci: Pietro Sperduti
Musiche originali: Fabio Antonelli
Assistente alla regia: Marcello Paesano
Produzione: Carmentalia e Gli Ipocriti
Partnership: Human Valor e Progetto Itaca (Roma)
Collaborazioni: Chiara Anaclio e Daniele Barraco

Date: 4-22 aprile 2018

Intro: Protagonista di “INCOGNITO” è senza dubbio il cervello, questo meraviglioso e sorprendente organo il cui meccanismo è ancora oggetto di studio da parte della Scienza. Un organo capace di accumulare dati, memorizzarli, codificarli e dare senso alla realtà attraverso la costruzione di una narrativa.
Quattro attori interpreteranno ventuno personaggi che si alternano in avanti e indietro nel tempo e che ruotano attorno a tre storie principali e interconnesse fra loro. Due di queste storie sono basate su avvenimenti realmente accaduti: il primo caso riguarda Thomas Stoltz Harvey, che nel 1955 eseguì l’autopsia su Albert Einstein e, all’insaputa di familiari ed eredi, pensò bene di rubare il cervello del Professore al fine di sezionarlo e studiarlo nell’ingenua speranza di giungere a grandi scoperte sulla mente umana. L’altro caso riguarda Henry Molaison al quale, nel 1953, per curare le sue crisi epilettiche fu rimossa una parte del cervello ma, in seguito all’intervento, subì la perdita cronica della memoria a lungo termine, ossia non fu più capace, da quel momento in poi, di memorizzare qualsiasi cosa per più di pochi minuti, “condannato” così a vivere un eterno presente e rimanendo cosciente soltanto del suo amore per la moglie, un amore che lo tenne fievolmente ancorato alla realtà fino alla sua morte avvenuta nel 2008. Conosciuto in ambiti scientifici come il paziente HM, è stato l’essere umano più studiato dalla neuroscienza.
La terza storia, ambientata ai giorni nostri, riguarda Martha, una neuropsicologa che, al contrario di Harvey che vuole trovare chissà cosa sezionando il cervello di Einstein con un bisturi, si interroga invece su chi sia più fortunato: noi, cosiddetti “normali” che non riusciamo a dimenticare certe cose, anche se lo volessimo, oppure i suoi pazienti affetti da amnesia che non riescono a memorizzare, dimenticando così anche dolori, rancori e ferite?

La memoria, un enigma di vecchia data. Già Ulisse, al momento di sbarcare nella terra dei Lotofagi, si era dovuto confrontare con le problematiche esistenziali più urticanti e spinose a essa inerenti: cosa fare, potendo scegliere? Da un lato l’eventualità di lasciarsi tutto alle spalle, vivendo un eterno presente, allorché l’altra opzione consisteva invece nel conservare la propria identità e con essa tutti i ricordi, che a volte possono rappresentare un peso non indifferente. Ulisse scelse di non perdersi, di non farsi fagocitare dal pur comprensibile desiderio di annullamento. Ed è senz’altro questa, tra le tante prove da lui superate, una delle più rischiose e difficili, per quanto l’ostacolo di primo acchito potesse non apparire minaccioso e possente quanto Polifemo, quanto gli orrendi Scilla e Cariddi o le Sirene incantatrici acquattate tra gli scogli. A volte, però, i mostri che si annidano nella nostra mente finiscono per rivelarsi non meno paurosi di certe creature mitologiche.
Il complesso, profondo e a tratti straziante testo del britannico Nick Payne, astro nascente della drammaturgia anglosassone, è a sua volta come un rasoio affilato che strappa squarci di lucidità e successivi attimi di smarrimento al caos della materia cerebrale, come una vanga che scava contorti cunicoli all’interno di memorie affaticate dagli anni, da esperienze traumatiche, da emozioni fuori controllo. La stessa struttura a incastri della pièce è un contorto labirinto che cambia direzione di continuo, ricostruendo le traiettorie di molteplici personaggi, ma continuando al contempo a ruotare intorno a un protagonista indiscusso: la mente umana e le sue delicate funzioni. Cervello in primo piano, quindi, sia che l’oggetto del discorso coincida con la materia grigia di Einstein asportata proditoriamente, durante l’autopsia e per presunti motivi scientifici, da un dottorino colto da manie di grandezza; sia che il non meno angosciante caso del paziente soggetto a una parziale, avventata lobotomia imponga altrettanto pertinenti, nonché struggenti, riflessioni etiche ed esistenziali. L’America perlustrata a fondo e in tal guisa rivisitata diventa così pura geografia mentale, in cui amnesie, rimozioni e ricongiungimenti assumono un ruolo primario.

Messo in scena per la prima volta in Italia, Incognito di Nick Payne ha potuto pertanto beneficiare, grazie alla regia così calibrata di Andrea Trovato e al notevole impegno dei quattro affiatatissimi interpreti, di un approccio fortemente empatico da cui si sono generate sul palco atmosfere spesse, genuinamente coinvolgenti, anche in virtù dell’ottimo commento musicale di Fabio Antonelli. Accennavamo però agli attori. La loro interazione sul palcoscenico del Teatro della Cometa ha avuto qualcosa di strabiliante. Non soltanto per la difficoltà oggettiva di spartirsi ben 21 personaggi, passando talvolta repentinamente da uno ad un altro nel mutare improvviso della situazione iniziale, ma per quel continuo scambio energetico riflesso poi in posture, in concitati dialoghi, in particolari inflessioni verbali, capaci di congelare all’istante un ricordo, un turbamento, una qualsiasi altra emozione. La bravura di Graziano Piazza, Anna Cianca, Giulio Forges Davanzati e Désirée Giorgetti, posta quindi al servizio di una fine tessitura di sentimenti e pensieri, mai espressi in linea retta. Non vorremmo però che la frammentazione dell’azione sul palco e delle storie stesse venisse scambiata per un vezzo autoriale o per mero intellettualismo: al contrario, un po’ come avviene nei film di Nolan (in particolare Memento, la cui ombra lunga pare stendersi più di una volta sulla rappresentazione), anche in uno spettacolo come Incognito il meccanismo a orologeria posto al servizio della narrazione invece di soffocarne l’afflato emotivo finisce per amplificarlo, creando una serie di struggenti contrasti, di sensazioni contraddittorie e sofferte. Sentimenti vissuti a metà. Ricordi strazianti. Tentennamenti. Ossessioni dure a morire. Tutto finisce nel tritacarne della memoria e gli interpreti, miscelando abilmente tali ingredienti, ottengono dai singoli frammenti un pathos crescente, non disgiunto però da quei lampi di ironia, in fondo salvifici, che la così estemporanea identificazione di Graziano Piazza con una delle pose più note di Einstein può esemplificare in modo leggiadro, per quanto spiazzante.

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