4-05-’98: strage in Vaticano

Per non dimenticare. Al Teatro di Documenti uno spettacolo di impegno civile incalzante come un thriller e duro come un pugno allo stomaco.

Roma, Teatro di Documenti, 5 maggio 2018

Di: Fabio Croce.
Regia: di Paolo Orlandelli.
Con: Giuseppe Alagna, Antonietta D‘Angelo, Emanuele Linfatti.
Produzione: 1 agosto in collaborazione con Teatro di Documenti.

Date: dal 2 al 6 maggio 2018, da mercoledì a sabato ore 20.45, domenica ore 18

Intro: Lo spettacolo è ispirato al triplice omicidio avvenuto il 4 maggio del 1998 nella palazzina delle guardie svizzere presso la Città del Vaticano, nel quale perirono il neo–comandante dell’ esercito pontificio Aloys Estermann, sua moglie Gladys Meza Romero e il giovane vice-caporale Cédric Tornay. A venti anni dalla strage, Fabio Croce riporta l’attenzione su questo caso di insabbiamento e chiede a Papa Francesco, tramite una petizione su Change.org, la riapertura del caso e la dichiarazione d’innocenza di Cédric Tornay.

Al Teatro di Documenti avevamo già assistito, pochi mesi fa, a uno spettacolo dai robusti, meditati contenuti politici e sociali: Processo Dell’Utri, sempre per la regia di Paolo Orlandelli. Ed è quindi lo stesso Paolo Orlandelli, stakanovista a quanto pare di un certo teatro d’inchiesta e d’impegno civile, ad aver curato la messa in scena così sobria, efficace, nervosa, di un testo di Fabio Croce che già all’epoca aveva suscitato grande interesse. La speranza è ovviamente che ciascuna riproposizione di una pièce del genere possa continuare a fare scalpore. Proprio come accadde un decennio fa, prima ricorrenza importante dei fatti narrati. Poiché l’esito giudiziario del caso in questione, la strage maturata nell’ambiente delle Guardie Svizzere dal cui tragico epilogo sono trascorsi esattamente venti anni, continua a gridare vendetta e a fomentare il sospetto che lo Stato Pontificio, nel permettere che le indagini venissero depistate ad arte (o persino, in certi frangenti, con una certa, sfacciata sciatteria), abbia voluto insabbiare una verità molto più incresciosa, abominevole, compromettente.

Cominciamo col dire che 4-05-’98: strage in Vaticano è l’ottima drammatizzazione di un lavoro d’inchiesta estremamente serio, documentato. Un lavoro, peraltro, la cui solida base giornalistica non pregiudica il fatto che si raggiungano vette di pathos, di empatia, di umana pietà anche molto alte. E a voler vedere le cose da una giusta prospettiva etica non poteva essere diversamente, aggiungiamolo pure, perché analizzando l’episodio con lucidità emerge subito che il povero Cédric Tornay, giovane vice-caporale accusato allora di aver ucciso la coppia così influente e in ascesa formata dal comandante appena eletto dell’esercito pontificio Aloys Estermann e da sua moglie Gladys Meza Romero, per poi suicidarsi, sia stato vittima, in realtà, di una mostruosa macchinazione tesa a coprire un triplice omicidio commesso probabilmente in momenti diversi, per mano di abili sicari messi poi nelle condizioni di far sparire le proprie tracce. Spronati a compiere il delitto e messi nella posizione di dileguarsi, sì, ma da chi? E perché? C’erano in Vaticano (e non si sono certo dissolti nel nulla, nel frattempo) potentati di natura politica ed economica, con componenti massoniche al loro interno, in forte attrito tra loro e già sospettati di aver svolto un ruolo in altri importanti “misteri italiani” coevi. Il testo di Fabio Croce risulta pertanto molto calibrato, coerente, restio a frapporre semplificazioni e reticenze tra lo spettatore e una possibile, nonché probabile verità, allorché ci si è sforzati di approfondire la questione cercando connessioni, omissis e macroscopiche sfasature in una “versione ufficiale” tanto esile e traballante.

Se validissimo ci è parso il lavoro di ricerca, di scrittura, non meno incisiva si è rivelata la successiva resa in scena. Persino più fluida, penetrante, vibrante e compatta, volendo, rispetto al precedente Caso Dell’Utri. In 4-05-’98: strage in Vaticano il regista Paolo Orlandelli ha saputo assicurare maggiore scioltezza alla rappresentazione, alternando sapientemente immagini proiettate sulle pareti del teatro, testimonianze giornalistiche, ambigue dichiarazioni di qualche autorità pontificia e ritratti concisi, ma assai emozionanti, degli sfortunati protagonisti della vicenda e dei loro famigliari più stretti. Come a realizzare un’adunata di spettri malinconicamente aggrappati a una scomoda verità, che si vorrebbe tenere ancora nascosta. Bravi i tre attori, tra i quali nota di merito per Antonietta D‘Angelo, portavoce di un affranto punto di vista femminile sulla dolorosa scomparsa di Cédric, espresso anche attraverso un breve, agghiacciante silenzio in sala. Tutto per non dimenticare. E per riaprire possibilmente l’inchiesta, portata nuovamente all’attenzione di Papa Francesco attraverso la petizione che sta ora circolando in rete.

Si ringrazia la giornalista Erika Eramo per l’immagine di copertina e per alcune foto di scena 

 

 

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