GENESI DI UN PERSONAGGIO BURLESQUE

Dall'idea iniziale al numero finito

La creazione di un personaggio nel burlesque è per ogni perfomer qualcosa di molto personale. Deve calzare a pennello affinché l’interpretazione emozioni. I personaggi e le storie da raccontare risiedono dentro di noi, nella nostra anima, a volte si affacciano a causa di esperienze vissute, o più semplicemente per un desiderio inespresso. La perfomer di burlesque gode del privilegio della scelta e dell’estrema libertà nel farlo. Può scegliere di essere chi vuole, non solo, ma in quel personaggio possono risiedere varie personalità, con tutte le loro sfumature. Molto spesso i personaggi in scena si evolvono, non restano mai gli stessi del loro ingresso sul palco, come del resto accade per qualsiasi storia ci si accinga a raccontare.

Un romanzo parte sempre da un’immagine, lo scrittore conduce i propri lettori attraverso un viaggio. Così avviene nel personaggio nel burlesque. L’artista lo fa evolvere, all’inizio attraverso la sola presenza scenica, per poi svilupparsi attraverso l’act. Lo spettatore è lì a raccogliere la storia, ad immedesimarsi ad emozionarsi ed a trarre le proprie conclusioni, viaggia attraverso un filo conduttore che l’artista ha previsto fin nei minimi particolari. Quando nasce un nuovo numero, si parte da un’idea. A volte si trae ispirazione dalle cose più semplici, a volte da un immagine di vita quotidiana, a volte da un sogno.

Per diventare realtà il personaggio deve avere il mood giusto, e contemporaneamente si crea il costume che è strettamente collegato al ruolo che, come le antiche maschere teatrali, rende veritiero e tangibile il tutto perché è lo strumento primario con cui una perfomer si esprime e comunica sul palco. Non usa parole, non usa dialettica, ne inclinazioni di voce, ma si esprime attraverso una mimica facciale che sostituisce tutto questo. Esprime gioia, dolore, tristezza, leggerezza, disappunto e sorpresa avendo a disposizione solo tre mezzi: il proprio corpo, il costume e, fondamentale, la musica.

Per un act di burlesque la musica è come la punteggiatura in un saggio, una virgola può cambiare il senso di una frase, la musica trasmette invece e rafforza il concetto che si vuole esprimere. Una nota, un rumore di fondo, sono gli accenti e le parole sospese del personaggio. Incredibile come lo stesso numero, eseguito da diverse artiste cambi radicalmente da una performer all’altra, perché ognuna mette la propria essenza, il proprio sentimento, dentro alla propria esibizione, che mai potrebbe essere la stessa, mai potrebbe ripetersi allo stesso modo. Succede che qualcuna trovi idee originali e qualcun’altra con scaltrezza se ne appropri, ma per quanto questa cosa ci possa ovviamente creare fastidio e rabbia, sono convinta che non esista un clone identico di quello stesso personaggio perché, per quanto ci si sforzi, non sarà mai come l’originale.

La storia del burlesque è piena di numeri rubati, questa disciplina in realtà dovrebbe stimolare la fantasia e sviluppare in maniera costruttiva quello che abbiamo nell’anima, per dare un senso a quello che si sta facendo, principalmente per noi stesse, perché ogni nuovo numero è un po’ un “figlio”: ci si sveglia nella notte con un’idea nella “pancia” che ci dà un nuovo input per creare una nuova storia; si comincia subito dal mattino successivo, nella testa è presente solo un’immagine sfocata, ma c’è in tutta la sua pienezza e gloria, ci si sente felici.

Abbiamo una grande fortuna noi artiste del burlesque, possiamo arrogarci il diritto di essere una regina, una cameriera, o un gattino sperduto e di esprimerlo come meglio crediamo, tramutarlo nel contrario di quello che è. Un viaggio ancestrale che consiglio di fare comprando il biglietto (attraverso la creazione esclusivamente personale), solo così si viaggia in prima classe. Regina, principessa o re la mente di una performer è sempre attiva ci si ritrova a sorridere ed a immaginare anche quando si compra il pane sotto casa.

Marzia Bortolotti Sophie Sapphire

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