Il Cinema Ritrovato. Martin Scorsese incontra il pubblico bolognese.

La rassegna bolognese de Il Cinema Ritrovato è giunta alla sua trentaduesima edizione. Dal 1986 infatti la Cineteca di Bologna – tra le più importanti cineteche europee, giova ricordarlo – organizza annualmente il festival. Orientato alla riscoperta dei film delle origini, spesso poco noti, Il Cinema Ritrovato è la manifestazione che palesa, nell’arco di una densa estate, un lavoro quotidiano e straordinario: il restauro e la conservazione di un vastissimo patrimonio cinematografico. L’edizione del 2018 ha visto, il 23 giugno, un’inaugurazione in grande stile con la partecipazione nientepopodimeno che di Martin Scorsese, in un doppio evento, peraltro. Un primo incontro quasi intimo al teatro comunale di Bologna: una lezione di cinema, un dialogo tra Scorsese e quattro affermati cineasti del panorama italiano: Matteo Garrone, Valeria Golino, Alice Rohrwacher e Jonas Carpignano. Seguito, questo, da un secondo evento: la proiezione di Toro Seduto introdotto dal regista di Raging Bull, Taxi Driver, Godfellas, Shutter Island, e si potrebbe continuare con una lista infinita di successi.

La lezione di cinema è senz’altro l’evento estivo che la città di Bologna si porterà nel cuore. Come ogni evento comunale che si rispetti, ha aperto le danze l’assessore Matteo Lepore, seguito dal direttore della Fondazione Cineteca Gianluca Farinelli, il quale ha insistito particolarmente sulla lezione di Martin Scorsese non solo e non tanto in quanto regista, ma in quanto autentico appassionato della cinematografia: “Scorsese ci insegna quanto sia importante per chi vuole fare cinema oggi, il cinema del passato” – ha chiosato. Ed effettivamente, egli è fondatore e presidente della Film Foundation: organizzazione no-profit orientata al restauro e alla conservazione delle pellicole. In questo il lavoro di Scorsese non é diverso, come si diceva, da quello della Cineteca e del Comune di Bologna.

Matteo Garrone ha rotto il ghiaccio, come si suol dire, e ha impostato la conversazione immediatamente su temi importanti per chi voglia parlare di cinema oggi: la crisi della cinematografia, causata soprattutto ma non solo dall’avvento del digitale, e il tema dello studio del cinema nelle scuole. Scorsese ha portato il discorso al cuore del problema, rispondendo in qualche modo a entrambe le domande: la necessità e l’importanza del fare esperienza del cinema, lo sperimentare la condivisione di un oggetto artistico in sala: “niente può sostituire questo” ha ripetuto a più riprese. Valeria Golino, invece, è entrata nel merito del rapporto tra registi e audience, dell’equilibrio che deve crearsi tra la volontà del regista e il gusto del pubblico. “Anche se spesso non si sa da che parte si stia andando, – ha replicato Scorsese – quello che conta realmente è la scintilla iniziale: bisogna onorare quella scintilla che ti ha portato lì. Se c’è quella scintilla, riuscirai sempre a comunicare qualcosa a qualcuno, magari anche dall’altra parte del mondo.” Carpignano ha affrontato la questione del restauro, e ha chiesto con quale criterio si debba o si possa valutare una pellicola piuttosto che un’altra e Scorsese ha raccontato la sua lunga esperienza – dal 1990 – di fondatore della Film Foundation. In ultimo, Alice Rohrwacher ha portato la conversazione sul legame di Martin Scorsese, inutile dirlo di origini italoamericane, con l’Italia. La risposta è stata una bellissima testimonianza sull’esperienza del cinema e soprattutto un elogio al cinema neorealista italiano: “Sono cresciuto in un ambiente italoamericano, nel clima di una grande famiglia allargata. Al cinema si andava molto, i miei genitori mi ci portavano spesso: era un’esperienza condivisa. Qui ho scoperto un mondo completamente diverso: il mondo dell’America, i film western a colori che mi piacevano un sacco. Poi ho iniziato a cambiare percezione negli anni ‘50, ho cominciato a rendermi conto di cosa fosse davvero l’America e di come io venissi da una cultura completamente diversa, una cultura di gente reale e molto semplice, di contadini, i veri lavoratori  (the real workers): lì mi sono reso conto della differenza tra Italia e America. […] Nel ‘48-’49 nella programmazione del venerdì subentrarono i film neorealisti italiani: io ero abituato ai western – e mi piacevano – o ai noir, ma quando per la prima volta ho avuto l’esperienza dei film neorealisti italiani – ‘Sciuscià’, ‘Ladri di biciclette’, ‘Roma città aperta’, ‘Paisà’ in particolare – mi sono reso conto del fatto che quello era davvero il mondo reale. C’era una realtà anche nei film americani, ma era diversa, era modificata affinché diventasse spettacolo, entertainment; diventasse accattivante. La realtà che vedevo attraverso i film neorealisti era la realtà ultima: quando mi sedevo nella stanza con zii e zie, nonni e genitori… la realtà più vera che potessi vedere era quella.”

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