Huun-Huur-Tu a Villa Ada

Da Tuva con furore!

 

Roma, Villa Ada Roma Incontra Il Mondo, 31 Luglio 2018

Intro: La musica degli Huun-Huur-Tu può venire descritta solo come profondamente misteriosa. Ciò come diretta conseguenza del loro stile di canto armonico, figlio di una tradizione secolare che discende dalla repubblica di Tuva, nell’Asia centrale. Una tecnica nella quale il cantante, sfruttando le risonanze che si creano nel tratto tra le corde vocali e la bocca, emette contemporaneamente la nota e l’armonico relativo (detto anche ipertono). Questa tecnica (in inglese throat singing) permette lo sviluppo di un universo del suono unico e coinvolgente, ricco di armonici sopra e sotto la frequenza fondamentale. Un altro elemento peculiare del gruppo è l’utilizzo di strumenti tradizionali come l’igil, il byzaanchi, il khommuz, il doshpuluur e il tuyug. I membri di Huun-Huur-Tu si sono dedicati all’apprendimento di canzoni e di melodie antiche, ma allo stesso tempo le loro performance trovano risonanza anche nel mondo contemporaneo.

Come sempre molto ricco il programma dei concerti a Villa Ada. Ricco ed estremamente vario. Se qualche giorno prima avevamo avuto modo di entusiasmarci per il ritorno in grande stile del magnetico Giovanni Lindo Ferretti, ci viene spontaneo pensare che proprio l’ex cantante dei CSI, il cui album Tabula Rasa Elettrificata aveva rappresentato anche un immaginifico viaggio nelle steppe dell’Asia (“Vicini per chilometri vicini per stagioni / Sulle tracce dei lupi che fuggono le guerre degli umani”), nell’osservare il variegato palinsesto estivo abbia valutato con particolare benevolenza l’esotica proposta di martedì 31 luglio: gli Huun-Huur-Tu, gruppo proveniente da una delle più remote repubbliche della Federazione Russa, Tuva, situata per l’appunto in Siberia lungo il confine con quella Mongolia così cara a Ferretti & soci.

Ed è proprio tra i tratti specifici della regione siberiana e altri riconducibili a quella mongola che vanno a incasellarsi, nel nostro immaginario sicuramente limitato, parziale, quei musicisti approdati a Villa Ada dopo essersi fatti conoscere ed apprezzare a livello internazionale. Ben caratterizzati sin dalla loro quasi ieratica apparizione sul palco. Si sono fatti attendere a lungo, gli Huun-Huur-Tu, rispetto all’orario previsto per l’inizio dello spettacolo. Che si siano trattenuti un po’ a meditare di fronte all’atmosfera magica del laghetto? Niente di più facile, considerando l’impronta sciamanica e la relazione così profonda con la Natura che la loro cultura sa esprimere. Fatto sta che anche gli spettatori più impazienti, quelli che avevano cominciato ad applaudire nervosamente per il ritardo o a proporre qualche timido fischio, si sono ammutoliti di fronte al loro incedere in scena: quattro musici esperti, bardati in vestiti tradizionali dai colori sgargianti, con al seguito strumenti tipici delle loro genti, per dar vita così ad un tuffo vertiginoso in sonorità ed atmosfere lontanissime dal nostro vissuto, sorprendenti ed ipnotiche.

Brano dopo brano, il portavoce del gruppo ci introduce in inglese a un repertorio che è rivisitazione di una tradizione secolare, fatta di antiche leggende, di partenze per la caccia, di rispetto per gli antenati (“Ancestors” docet, in questo caso), di storie d’amore che possono essere complicate come in ogni dove, di grande cura ed affetto per quell’animale rivestito di una sì grande importanza nel contesto popolare da cui provengono, ossia il cavallo. Ed è proprio nei brani più ritmati e veloci a ciò dedicati che la musica dà l’impressione di riprodurre lo scalpitio dei cavalli. Il che ci ha fatto persino tornare in mente, in un ambito musicale diverso e più specificamente folk metal, le cavalcate pazzesche dei Tengger Cavalry, giovane formazione cinese dal cuore mongolo che aveva sbaragliato tutto con l’album d’esordio Blood Sacrifice Shaman; anche se poi un’uscita discografica più recente come Cian Bi ha messo in mostra, purtroppo, tutti i rischi insiti in una eccessiva globalizzazione e standardizzazione di certa musica. Ecco, nonostante le collaborazioni artistiche con altri musicisti russi, nonostante la fama internazionale in arrivo, ciò che propongono sul palco gli Huun-Huur-Tu ha mantenuto invece una notevole genuinità, oltre che un legame profondo con la propria terra. In certi momenti non risparmiano al pubblico occidentale l’austerità del throat singing, di quell’atavico canto gutturale che può incantare alcuni spettatori e perderne per strada altri, per poi compensare con brani vocalmente più vivaci e accompagnati da diversi strumenti. Anche lo spazio di Villa Ada, in tal modo, si è fatto per un’oretta abbondante propaggine di quelle lande siberiane intrise di concezioni sciamaniche e tradizione orale, beneficiando dell’intensità con cui questa band di Tuva sa trasmettere un così antico retaggio sociale, antropologico e musicale.

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