I NUOVI TALENTI DELLA BOTTEGA DEGLI ARTISTI

Si sono susseguiti in due serate molto intense

MI CHIAMO VALENTINA E CREDO NELL’AMORE

Monologhi vari con adattamento e regia di Alessia Di Pasquale

Con Tania Ruggeri, Marzia Di Nicola, Laura Lucibello, Francesca Mele, David Gioacchini, Pietro Ortensi, Silvia Guarda, Fabio Girardi, Alessia Prodan

Bottega degli Artisti, Roma, 14 e 15 luglio 2018

 

Al termine di una stagione di grande impegno e grazie alla costanza di Alessia Di Pasquale nel manovrare tutta l’operazione, lo scorso 14 e 15 luglio sono andati in scena 9 allievi, alcuni dei quali alle prime armi col palcoscenico, ma nessuno l’avrebbe mai detto se non lo avesse saputo.

Rielaborando alcuni monologhi, soprattutto in tema di femminicidio ma non solo, appartenuti ed interpretati anche da giganti dello spettacolo come Paola Cortellesi, sono risultate due serate molto profonde, con tante interpretazioni diverse ma tutte di grande impatto.

L’argomento è di quelli scottanti e purtroppo sempre più attuali, ma intelligentemente la mano sapiente di Alessia Di Pasquale ha introdotto alcuni momenti di alleggerimento e anche interpreti maschili a garantire una sorta di “par condicio”. Ricordo volentieri anche l’accoglienza con un buon bicchiere.

Apre la serata Tania Ruggeri raccontando le nefandezze dell’uomo innamorato che prima ammalia e poi diventa pericoloso, quando l’amore non c’è più, anche se è difficile da accettare, e resta la violenza; inizia abilmente anche con una certa ironia, poi si fa più cupa come il pezzo richiede, e conclude degnamente affermando che “L’amore è un’altra cosa!”

A seguire Marzia Di Nicola, accento romanesco spinto, povera vittima dell’ennesimo uomo inferocito, ormai giace in fondo ad un pozzo senza essere ritrovata da tre mesi, ma anche di lì, e perfino da morta, urla il proprio disprezzo, acuito dalla consapevolezza che l’assassino la sta facendo franca con un alibi inattaccabile; momenti molto espressivi nei passaggi più dolorosi, ma anche questo monologo è leggermente stemperato da un paio di risatine a denti stretti.

Laura Lucibello entra in scena con un mazzo di chiavi… quelle chiavi che voleva cambiare perchè anche il suo uomo era ormai un mostro, nonostante le false tenerezze verso il suo bambino. E’ confusa, non ricorda se le ha cambiate o no, voleva farlo ma probabilmente non lo ha fatto perchè lui è comunque entrato e ha compiuto la sua vendetta facendole pagare la grande colpa, quella di non volerlo più… brava anche lei nel personaggio in confusione.

Francesca Mele e David Gioacchini, coppia inizialmente felice come al solito ma poi lui matura il suo personale concetto di proprietà: in particolare lei è la sua proprietà. L’amore diventa ossessione. Lei commette l’errore che molte commettono per amore, quello di concedere un ultimo appuntamento… ultimo, appunto… molto abili i due nel battibeccare con i giusti tempi.

Dopo queste due scene piuttosto crudeli, momento di ironia con Pietro Ortensi, nonostante la trattazione sia ugualmente agghiacciante, in sostanza un'”istigazione” al femminicidio come valida e più economica alternativa al divorzio, al netto della quasi impunità che si nasconde tra le pieghe della giustizia italiana, dove tra sconti di pena, buone condotte, patteggiamento e quant’altro, si può compiere un delitto e cavarsela a conti fatti con un annetto di arresti domiciliari. Si siede ed espone la sua tesi lentamente, sorridendo sornione sotto i baffi durante le sue pause.

Silvia Guarda si presenta spavalda, una donna che manovra gli uomini a suo piacimento, forte della sua avvenenza. E’ una vita che li prende e li molla quando non le servono più, si dà della stronza da sola per quanto è opportunista, ma il gioco finisce in tragedia quando incontra quello che non ci sta, quello che si difende in modo a dir poco sproporzionato… Ottimo il personaggio che da carnefice si trasforma lentamente in vittima.

Fabio Girardi interpreta un tipo strano, uno che osserva, classifica, ricorda le persone, soprattutto le donne. Quando incontra quella che gli fa perdere la testa sembra tutto bello, ma quando lei non lo vuole più la follia ritorna moltiplicata, tanto da scegliere un modo terribile perchè lei non sia di nessun altro; molto espressivo a partire dall’uso degli occhi.

In conclusione il duetto che dà il titolo alla serata, la Valentina che “crede nell’amore” (Alessia Prodan) e il suo amichetto Giorgio (di nuovo David Gioacchini); si incontrano bambini, giocano insieme, poi crescono, si innamorano e si sposano. Da quel momento scatta nuovamente quello strampalato concetto di proprietà e lui prende pian piano le sembianze del mostro, molto abilmente alza la voce e mostra le unghie. Lei, di contro, lo mette a posto senza perdere la calma e facendo perdere le sue tracce, passando in scioltezza dalla modalità bambina sognatrice a quella della donna adulta che sa il fatto suo e si difende, perchè “non è colpa sua”. Mentre lui si consuma di rabbia lei continua a “credere nell’amore”, magari in un’altra possibilità.

E così si chiude la serata con una vittima risparmiata, come a dare un segnale di ottimismo e a scuotere le donne facendole riflettere, invitandole ad agire prima che sia troppo tardi, a cogliere i segnali di allarme, e con tutti in scena per i saluti finali in mezzo a scarpette rosse sospese, in un clima di… femminilità.

Alessandro Tozzi

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