Sogno di una notte di mezza estate

Al Castello di Santa Severa una rivisitazione dell’opera shakespeariana che ci ha colpito per il tono moderno, spigliato, dinamico.

Castello di Santa Severa, 26 Agosto h. 21.00

SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE
di William Shakespeare
regia: Roberto Andolfi e Annarita Colucci

con
Lisandro: Dario Carbone
Ermia: Pamela Vicari
Demetrio: Danilo Franti
Elena: Lilith Petillo
Oberon: Venanzio Amoroso
Titania: Lucia Bianchi
Puck: Annarita Colucci
Peter Quince: Carlotta Tommasi
Nick Bottom: Adriano Dossi
Francis Flute: Damiano Lo Russo
Snug: Giuseppe Amato

Light Designer: Martin Emanuel Palma
Costumi: Cristina Ricci
Voci: Ugo Maria Morosi

Intro: Undici attori compongono il cast nutrito di questa nuova co-produzione al debutto nazionale presso i meravigliosi luoghi del Castello di Santa Severa, che ha dato vita a Sogno di una notte di mezza estate. Uno spettacolo onirico in cui si fondono prosa, open air, teatro d’immagine. In questa riscrittura del classico shakespeariano, le strutture mobili che compongono la scenografia prenderanno vita grazie all’azione scenica dei performer.
Quest’opera racchiude in sé, già solo nel titolo, le sue due caratteristiche principali: una semplicità commovente e un intricato enigma. Chi è che sogna quest’opera? È Bottom? Che costruisce una struttura per farsi protagonista? È Puck che si annoia solo nel bosco? Oppure è lo stesso Shakespeare che in una notte ha fatto un sogno e si è svegliato con l’idea di scriverlo? Queste risposte potrebbero essere tutte vere simultaneamente. Non ci è dato sapere chi abbia dato il via a questa reazione a catena di sogni nei sogni. Ma sembra quasi che anche chi è stato sognato si prenda la briga di sognare qualcuno, aprendo immaginazioni dentro immaginazioni.

Piccola, necessaria premessa: il Castello di Santa Severa rappresenta esso stesso un sogno. Proiettato verso il mare. E di recente tornato a pulsare di energie creative. Lo abbiamo visto riemergere, possente, dalle nebbie del tempo, così da allietare le serate estive della costiera laziale in quel tripudio di sinestesie artistiche, per la cui vitalità è lecito ringraziare la felice programmazione culturale con la quale si è voluto ridare lustro a un sito del genere. Ne avevamo già avuto un vibrante assaggio con lo spettacolo Algeciras Flamenco e Medioriente. Passando poi in un paio di settimane dalle danze andaluse alla poetica shakespeariana, c’è una cosa che comunque è rimasta intatta: la magia del posto. Si può dire, anzi, che la sera del 26 agosto tanto il calendario che le condizioni climatiche abbiano contribuito a costruire un dialogo elettrico, teso, tra quel sogno di pietra e la sognante opera del Bardo di Stratford-upon-Avon. Sulla Spianata dei Signori, ove si tengono in genere tali spettacoli, splendeva infatti una magnifica luna piena, quasi a illuminare i “virtuali” scenari boschivi della commedia. Mentre un vento sin troppo fresco e senz’altro inatteso, considerando la calura estiva che ci aveva attanagliato fino ad allora, si è manifestato all’inizio della rappresentazione, causando agli spettatori meno riparati e protetti qualche brivido sotto la pelle.

L’appuntamento, concepito nell’ambito della rassegna Sere d’estate: i grandi eventi al castello di Santa Severa che la Regione Lazio ha organizzato in simbiosi con altri enti e realtà istituzionali, consisteva pertanto nell’allestimento di Sogno di una notte di mezza estate curato dalla compagnia Controtempo Theatre in collaborazione con Illoco Teatro, per la regia di Roberto Andolfi e Annarita Colucci. Un allestimento, diciamolo subito, che ci ha colpito per la sua modernità e spigliatezza. Ai “puristi” del testo shakespeariano potrà aver lasciato qualche perplessità il modo in cui le dinamiche narrative sono state asciugate. Da parte nostra, lo confessiamo candidamente, è piaciuta proprio la scelta di concentrare al massimo l’azione e i dialoghi, lasciando così spazio a quei movimenti sul palco, a quelle sonorità, in grado di restituire comunque le atmosfere e il mood trasognato dell’opera.
Non staremo qui a riassumerne la stratificata impalcatura diegetica, rischiosamente affrescata come crocevia in cui convergono tre diversi piani di (ir)realtà: quello del mito in cui campeggiano le maestose figure di Teseo e Ippolita, con al seguito i personaggi della loro corte; quello di impronta metateatrale, coi membri di una compagnia il cui porsi alla ribalta, nonostante il soggetto tragico, appare scanzonato, grottesco, quasi fosse lo specchio deformante di quanto visto invece nell’Amleto; e per finire la fondamentale chiave agreste e immaginifica, da nordica fairy tale, in cui sono creature fatate, spiriti della foresta, gnomi e più di tutti un dispettoso e irrequieto folletto, Puck, a tenere banco. Un articolato gioco di scatole cinesi, insomma, in cui ciò che emerge, oltre alla forte impronta onirica, è uno sguardo sull’amore ora ludico e ora meditabondo.

Si potrà obiettare che all’interno del nutrito cast non tutte le presenze abbiano raggiunto lo stesso grado di intensità, facendo sì che nel segmento del metateatro, ad esempio, la regia stessa calchi un po’ troppo la mano su un registro farsesco a tratti forzato. Non è lì, però, che risiedono i numerosi pregi di tale adattamento. Valenze atmosferiche. Dinamismo in scena. Oniriche pause di riflessione. L’ottima miscela di tali elementi è la risultante di una visione della commedia shakespeariana parsa alquanto moderna (o al limite post-moderna), nell’inseguirne l’atemporalità attraverso quella resa fluida della messa in scena, che quasi sfiora l’idea della danza contemporanea o l’immaginifico set di un videoclip. Quest’ultimo potrebbe apparire un azzardo interpretativo, da parte nostra, ma la scelta dell’eclettica “colonna sonora” rivela strada facendo un’incidenza non trascurabile: dal classicissimo Felix Mendelssohn-Bartholdy si è passati qui a musiche rarefatte, magnetiche, dall’effetto ipnotico, che accompagnano peraltro benissimo l’apparire dei protagonisti e il continuo spostarsi dei pannelli sul palco. Sono del resto quelle strutture mobili, poste all’origine di mirabili tableaux vivants, la più incisiva trovata scenica, quella che consente agli interpreti di comparire, sparire ed interagire tra loro, come in un sogno.

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