BOB KULICK E I SUOI SCHELETRI NELL’ARMADIO

Autoironico il titolo "Skeletons in the closet"

BOB KULICK – SKELETONS IN THE CLOSET – Vanity Music Group – 2017

Produzione Bobby Ferrari & Bob Kulick

Titoli: 1) Rich man; 2) Not before you; 3) London; 4) Goldfiger; 5) Player; 6) India; 7) Skeletons in the closet; 8) Can’t stop the rock; 9) Guitar commandos; 10) Eyes of a stranger

 

Difficile crederlo ma questo è il primo lavoro da solista di Bob Kulick. Difficile crederlo perché parliamo di un ottimo guitar man che vanta mezzo secolo di illustri collaborazioni come produttore, musicista e come autore, basterà ricordare soprattutto Kiss e Meatloaf, ma finora aveva nel suo curriculum lavori, in alcuni casi anche di pregio, pubblicati con band come Balance, Skull o Murder’s Row. Molte di queste amicizie sono degnamente presenti sul disco, non sto ad elencarle tutte.

Andando al contenuto, trattasi di un mix tra gloriosi ripescaggi e qualche pezzo nuovo. Precisamente aprono la strada 5 pezzi nuovi e la chiudono altrettanti vecchi cavalli di battaglia. In entrambi i lotti impressiona la gran quantità di ospiti, sia per i brani nuovi che in quelli riproposti, che a dir la verità, credevo fossero riregistrati e invece sono semplicemente messi lì come si fa nei classici “best of”.

L’inizio è buono perché Rich man è un lamentoso hard rock di buona fattura, cantato da Todd Kerns e arricchito dal sound unico della chitarra di Kulick. Il meglio insieme alla traccia numero 3, quella London che vede nientemeno che Dee Snider al microfono. Gli altri brani nuovi, anche la più melodica Goldfinger, sono discreti in termini di songwriting ma diventano molto buoni grazie alla lancinante chitarra di Bob.

Nella seconda parte spazio ai bei ricordi e, con tutto il rispetto per le altre band in cui ha militato Kulick, onestamente ho un debole per gli Skull, dunque il mio plauso va alle seppur già conosciute Guitar commandos, cantata da Dennis St. James in cui spicca il duetto (direi quasi duello) chitarristico tra Bob e il fratello Bruce, e la conclusiva Eyes of a stranger, un inno a quell’hard rock anni ’90 che non disdegnava parti melodiche.

Insomma per catalogarlo come “nuovo disco” 5 brani sono un pò pochini, in sostanza un EP, ma per chi non ha conosciuto abbastanza Bob Kulick negli anni passati queste 10 tracce sono un ottimo biglietto da visita per un chitarrista che probabilmente avrebbe meritato qualche gloria in più, anche per il solo fatto di aver così spesso e così ripetutamente intrecciato le sue vicende con quelle dei Kiss.

Alessandro Tozzi

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