MARK SLAUGHTER O SEMPLICEMENTE SLAUGHTER?

Un ascolto ignaro lascerebbe il punto interrogativo

MARK SLAUGHTER – HALFWAY THERE – Ellefson Music Productions – 2017

Produzione Mark Slaughter, David Ellefson & Thom Hazaert

Titoli: 1) Hey you, 2) Devoted; 3) Supernatural; 4) Halfway there; 5) Forevermore; 6) Conspiracy; 7) Reckless; 8) Disposable; 9) Turn it; 10) Not here

 

D’obbligo la domanda introdotta nel titolo, ma è in realtà una non-domanda, perchè questo disco, come il precedente Reflections in a rear view mirror datato 2015, chiarisce per sempre che la mente degli Slaughter, gloriosa band che ha avuto tanta gloria negli anni ’90, era appunto lui, Mark Slaughter, chitarrista ritmico ma soprattutto vocalist.

Il tempo sembra non essere passato per il buon Mark, o almeno per la sua voce, aspra quanto basta ma anche tenera negli episodi più melodici. Ma neanche per il songwriting sembra essere passato, e sciogliamo il dubbio: trattasi di Mark Slaughter solista perchè in questo lavoro fa davvero tutto da sè, salvo un paio di ospiti, ma richiama in continuazione gli Slaughter che furono, per cui saranno soddisfatti coloro che li hanno adorati al tempo, me compreso.

Hey you apre i giochi alla maniera festosa di Up all night, grande ritmo, ottimo ritornello, parte centrale di chitarra in cui sembra di riascoltare Stick it to ya, il monumentale esordio del 1990, una gioia di fondo sempre costante. Segue la battagliera Devoted, ritmi e attenzione sempre alti.

I lentoni sono tecnicamente due, Halfway there, introdotto da un impertinente piano ma comunque tenuto su dal fantastico cantato di Mark, quando la voce gli si intenerisce un pò e ha quel retrogusto rauco appena appena, e Disposable, però è complessivamente un disco che concede qualcosa di più alla melodia rispetto al suo predecessore, le prove si chiamano Supernatural e la conclusiva Not here, e le abilità canore di Mark si esprimono perfettamente.

Personalmente, però, ho preferito su tutte Conspiracy, un hard rock ruvido, moderno, ma anche in qualche modo “sperimentale” che mi ha ricordato American pie, pezzo d’apertura di Revolution del 1997; voce graffiante e un guitar solo che parte appiccicoso, poi si dipana, poi torna melmoso per andare a conclusione. Anche la successiva Reckless, più darkeggiante e dall’avvio che strizza l’occhio a The wild life, dall’omonimo album del 1992, alza la media per chi come il sottoscritto preferisce il rock più verace. La voce sembra fondersi con le linee ritmiche.

Conspiracy a parte, però, il sound non raggiunge mai livelli troppo grezzi, segno anche dell’abilità di un musicista a 360 gradi. Un ritorno di classe, con 10 pezzi inediti e tutti più che sufficienti con punte di eccellenza, quindi bentornato Mark e conserva bene la voce che ti/ci serve ancora per molto!

Alessandro Tozzi

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