IL DOLCE INCUBO DI ALICE COOPER

SPETTACOLO UNICO ALL’ATLANTICO LIVE

 

di Alessandro Tozzi

 

ALICE COOPER

Alice Cooper – voce; Steve Hunter – chitarra; Tommy Henriksen – chitarra; Orianthi Panagaris – chitarra; Chuck Garric – basso; Glen Sobel – batteria

Roma, Atlantico Live, 12 ottobre 2011

 

Per chi, come il sottoscritto, ama il concerto inteso come evento da vedere oltre e forse più ancora che da ascoltare, una serata con Alice Cooper è di quelle che non si dimenticano.

Alice Cooper è un indemoniato di 63 anni che da più di 40 turba i sogni dei più impressionabili e popola quelli degli altri con uno spettacolo all’epoca giustamente denominato “shock rock”; ma va ricordato che il repertorio di Vincent Fournier, questo il suo vero nome, è di eccezionale appeal anche dal punto di vista musicale, condito da un sound finalmente buono all’Atlantico e dalla sua voce unica.

E allora, dopo una buona mezz’ora di riscaldamento offerta dal gruppo-spalla dei Treatment cominciamo con Black widow, il nostro entra in scena vestito appunto da vedova nera, un paio di metri più in alto di tutti. Le mani si incendiano, il pezzo è di quelli che spacca, perfetto per scuotere in avvio.

Seguono due ore di impressionante trasformismo, in cui tutti i prototipi e i personaggi tradizionali e non dell’horror compaiono uno dopo l’altro: il giubbotto pseudo-punk indossato per Brutal planet e I’m eighteen, in questa seconda “suonando” una stampella ortopedica.

Poi il filotto di pezzi storici Under my wheels, Billion dollar babies, in cui vengono donati alla platea dollari infilzati nella spada di Cooper, e No more Mr. Nice Guy. I circa tremila presenti (pochi per le sue abitudini, ma l’Italia è questa) sono infuocati, i numeri si susseguono: sangue in ordine sparso, il palco cosparso di figure umane impiccate e torturate, la camicia di forza, le sevizie inflitte alla ragazza-fantoccio, tuoni e fulmini a ripetizione. Lui coi soliti occhi neri.

Solo nella parte centrale questo fenomeno si concede qualche minuto di pausa ma invece di mandare tutti a prendere un caffè (non è proprio il tipo di spettacolo da interruzione pubblicitaria) lascia la scena ai cinque della band, ben tre chitarre, che si mostrano tutti molto ben preparati perché nonostante la giovane età in qualche caso come l’australiana Panagaris vantano tutti già esperienze notevoli nel settore, per non dire dell’elemento storico Hunter, coetaneo di Cooper.

L’assolo generale viene interrotto dall’irruzione dello stesso Cooper che per chi non lo sapesse annuncia a modo suo un pezzo nuovo, comparendo con una giacca con la scritta dietro “new song”. Si tratta di I’ll bite your face off, brano selezionato dal nuovo album Welcome 2 my night mare, immaginario seguito del fortunatissimo disco del 1975. Il pezzo è assolutamente degno del gigantesco repertorio di Alice Cooper, che si toglie la giacca e ne svela il titolo.

Dopo Muscle of love, l’unico attimo di respiro è la flemmatica (almeno rispetto alle altre) Only women bleed, ma si tratta di una tregua brevissima: è in scaletta Feed my Frankenstein e ci onora della sua presenza proprio lui, Frankenstein in persona, alto almeno tre metri, vaga per il palco per tutta la canzone e saluta addirittura con una specie di inchino!

La voce tiene, anche se Cooper non è uno che canta a squarciagola, grazie anche all’acustica forse migliore del solito per la venue. Arriva il momento delle trovate geniali, quelle storiche davvero. Poison colpisce sempre al cuore, l’abbigliamento filo-nazista di Wicked young man introduce l’accoppiata micidiale Killer e I love the dead: è il momento della ghigliottina. Entri pure il boia.

Curioso vedere che in sala non ci sia uno spettatore disposto a “risparmiare” Alice Cooper, i pollici sono tutti abbassati!

L’inquietante scena si ripete da molti anni, chissà se il diretto interessato guarda spesso i relativi filmati… Come da tradizione medievale la testa del malcapitato viene pubblicamente esibita, come monito per il futuro.

Si conclude con ciò che tutti aspettano dall’inizio, School’s out. Delirio generale, la cantano in tremila, fino ad un’inaspettata commistione con Another brick in the wall dei Pink Floyd. Chissà se anche Alice Cooper è al corrente delle polemiche che accompagnano le nostre scuole negli ultimi tempi.

Dopo un trionfo del genere vuoi che non ci sia tempo e modo per un bis? Senza neanche farsi troppo pregare, subito concesso. Si tratta di Elected, cantata dall’inizio alla fine sventolando la nostra chiacchierata bandiera tricolore e indossando la maglia azzurra n. 18, quella del grande bomber, Cooper.

D’altronde uno spettacolo del genere vale l’emozione di cento gol. Lunga vita ad Alice Cooper, uno degli ultimi baluardi capaci di recapitare emozioni e colori, uno che ti lascia ancora soddisfatto dei soldi spesi per vederlo.

 

 

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