BEASTIE BOYS, VECCHIO E NUOVO INSIEME
AUTOCITAZIONI E SPERIMENTAZIONI NEL NUOVO DISCO
di Alessandro Tozzi
BEASTIE
BOYS – HOT SAUCE COMMITTEE PART TWO – CAPITOL RECORDS - 2011
Produzione: Beastie Boys
Formazione: Ad-Rock – voce e chitarra; MCA – voce e basso; Mike D – voce e batteria; Money Mark – tastiere; Mix Master Mike - piatto
Titoli: 1 – Make some noise; 2 – Nonstop disco powerpack; 3 – Ok; 4 – Too many rappers (new reactionaries version) (con Nas); 5 – Say it; 6 – The Bill Harper collection; 7 – Don’t play no game that I can’t win (con Santigold); 8 – Long burn the fire; 9 – Funky donkey; 10 – The Larry routine; 11 – Tadlock’s glasses; 12 – Lee Majors come again; 13 – Multilateral nuclear disarmament; 14 – Here’s a little something for ya; 15 – Crazy ass shit; 16 – The Lisa Lisa/Full Force routine
Finalmente il lungamente annunciato disco dei Beastie Boys, i rappers bianchi che hanno incantato il mondo sul finire degli anni ’80 coi loro primi 2 albums.
L’attesa
è ampiamente giustificata perché si è temuto il peggio per MCA, colpito un paio
d’anni fa, col disco in rampa di lancio, da un linfoma che fortunatamente sembra
ormai debellato.
In realtà due anni fa era stata annunciata la “parte prima” di un progetto doppio, ma ora esce ugualmente la “parte seconda” senza la prima, chissà se per il gusto di giocare col destino o davvero per tenere in caldo un immediato sequel o prequel.
Fatto sta che il disco eccolo qua ed è meraviglioso: contiene tutte le migliori ricette dei Beastie Boys cucinate a regola d’arte. Il singolo Make some noise parte alla grande coi suoi suoni acidi, coi suoi fischietti, coi suoi effetti che ricordano Hold it now, hit it, roba di 25 anni fa!
La sperimentazione tanto cara ai ragazzi bestiali è onnipresente, compare l’elettronica spinta in qualche episodio: la cantilena continua e le voci cibernetiche di Ok e Funky donkey, per esempio.
Ma
ci sono anche i ritmi incalzanti di Nonstop disco powerpack, le chitarre
avvelenate di Lee Majors come again, e soprattutto, a mio modesto avviso
brano migliore dell’album, i suoni striduli, i piatti, l’effetto carta vetrata
di Say it, sonorità sporche ribadite anche in Too many rappers.
I Beastie Boys non si crogiolano su quel che è stato, lo fanno ancora benissimo, con una certa ispirazione: la stessa Long burn the fire non avrebbe stonato su Paul’s boutique del 1989. Anche la metrica e le rime assecondano come sempre i tempi rappistici ma non solo del gruppo, che si concede una divagazione pseudo-reggae con Don’t play no game that I can’t win, con Santigold al microfono; a questi ragazzi piace provare, strappare, ricucire, confezionare poi il tutto con le loro mani, e sono mani che non passano inosservate.
Stavolta
c’è un solo strumentale, Multilateral Nuclear Disarmament, una buona
cadenza ma niente di eccezionale, evidentemente di strumentali ne hanno avuto
abbastanza nonostante il successo del predecessore The mix-up del 2008.
Tutti gli strumenti lasciano il segno, così come le tre inconfondibili voci, quelle dei rappers bianchi per antonomasia. Hip hop puro che galleggia su synth tra i più acidi mai ascoltati nel nuovo millennio. Anche certe percussioni sono geniali, seppur anomale per una band identificata (ma forse qualsiasi etichetta va ormai stretta ai Beastie Boys) come rap.
Bentornati e ben rimasti nei piani alti del rock alternativo!