BLACKFIELD, TERZO CAPITOLO
LA COLLABORAZIONE WILSON-GEFFEN CONTINUA
di Alessandro Tozzi
BLACKFIELD
– WELCOME TO MY DNA – KSCOPE – 2011
Produzione: Aviv Geffen, Steven Wilson & Trevor Horn
Formazione: Aviv Geffen – voce, piano, tastiere e chitarre; Steven Wilson – voce, chitarre e tastiere; Eran Mitelman – piano e organo; Seffy Efrati – basso; Tomer Z - batteria e percussioni
Titoli: 1 – Glass house; 2 – Go to hell; 3 – Rising of the tide; 4 – Waving; 5 – Far away; 6 – Dissolving with the night; 7 – Blood; 8 – On the plane; 9 – Oxygen; 10 – Zigota; 11 – Dna
Dal sodalizio tra Steven Wilson, mente dei gloriosi Porcupine Tree, e Aviv
Geffen, idolo israeliano, nascono qualche anno fa i Blackfield, giunti con
questo Welcome to my dna alla terza uscita, segno comunque di un accordo
piuttosto stabile.
Il risultato è in linea coi due precedenti album: un rock abbastanza facile con lievi oscillazioni verso il pop, con molte parti orchestrali di ampio respiro, con intervento di piano e organi a certificarlo.
E’
un risultato dignitosissimo e ben congegnato, anche in termini di produzione,
ma, cosa che forse rappresenterà una delusione per qualcuno, ben lontano da
quelle sonorità misteriose, quasi psichedeliche, tipiche dei Porcupine Tree.
La mano di Wilson c’è e si sente, intendiamoci: l’opener Glass house promette più di quanto poi non mantenga, perché ha addosso il marchio Porcupine Tree con la sua voce e le sue tastiere, si prosegue poi con Go to hell e le sonorità orchestrali che la riempiono, a dispetto del titolo, in maniera molto soft. La vetta qualitativa della voce di Wilson è però nella seguente Rising of the tide, nonostante quasi tutto il disco scaturisca dalla penna di Geffen; meravigliosi i sussurri che la caratterizzano.
L’unico brano firmato Wilson è Waving, di buon livello ma anche lui più
easy rispetto alla produzione media dei Porcupine Tree. La stessa Oxygen,
singolo annunciato, è su questa falsariga, nonostante una vocina lontana che la
apre e la chiude, come a dargli un certo cipiglio.
Qualche atmosfera malinconica si ascolta in On the plane, ma anche qui la chitarra di Wilson è più mansueta del solito. Un paio di episodi più aggressivi sono Blood, dai ritmi più sostenuti, una cavalcata che sfiora l’epic metal, e Zigota, con Geffen al microfono, ma per il resto la parte centrale del disco rispecchia la scelta dei due leader: un prodotto, seppur realizzato come si deve sotto tutti i punti di vista, che risponde più a strategie commerciali che altro, forse in attesa di rispettivi progetti solisti o paralleli.
Un disco che si fa tranquillamente ascoltare ma che non scuote.