IL BLUES DEL “SUPERSTITE” GREGG ALLMAN
di Alessandro Tozzi

GREGG ALLMAN – LOW COUNTRY BLUES – Rounder – 2011
PRODUZIONE: T-Bone Burnett
FORMAZIONE: Gregg Allman – voce e chitarre; Doyle Bramhall II – chitarre; Dennis Crouch – contrabbasso; Dr. John - piano
TITOLI: 1 – Floating bridge; 2 – Little by little; 3 – Devil got my woman; 4 – I can’t be satisfied; 5 – Blind man; 6 – Just another rider; 7 – Please accept my love; 8 – I believe I’ll go back home; 9 – Tears, tears, tears; 10 – My love is your love; 11 – Checking on my baby; 12 – Rolling stone
Se esistesse nel mondo del
rock un premio-sfiga The Allman Brothers Band sarebbe in lizza per i primissimi
posti: due fratelli, Gregg e Duane, che giovanissimi uniscono le chitarre,
formano il gruppo e sognano il blues dopo aver visto B.B. King, il successo
immediato, il ruolo di leaders indiscussi del neonato “Southern Rock” e subito
il destino che spezza il sogno: nel 1971 muore Duane, l’anno seguente il
bassista Berry Oakley, entrambi in tragici incidenti motociclistici.
Quel che resta degli Allman Brothers cerca di tirare avanti, anche con qualche
buon risultato negli anni ’70, poi seguono periodici scioglimenti e reunion.
L’arrivo sul mercato di questo album è una meravigliosa notizia a prescindere,
poiché anche sulla salute di Gregg negli ultimi mesi giungevano notizie
inquietanti, ma evidentemente in questo caso la pellaccia ha avuto la meglio.
Gli strumentisti di cui si circonda per questo lavoro sono tutti figli diretti
del blues, perché il suo obiettivo è un disco blues 100%, laddove per blues
intendiamo un genere musicale coi sentimenti che ne derivano. La voce è resa più
calda che mai dall’età, anche più cavernosa, ad ascoltarla al buio penseresti di
accendere la luce e trovare al microfono un cantante di colore, invece trovi un
vecchietto bianchissimo, che sembra aver raffigurato anche in copertina la
difficile strada percorsa in una vita così dura.
Così fioccano gli omaggi ai maestri, su tutti B.B. King con Please accept my
love, ma anche Muddy Waters e la sua I can’t be satisfied. Le tastiere e i fiati
danno corpo a pezzi di grande feeling come Tears, tears, tears di Amos Milburn
oppure l’inedita Just another ride, che, pur riprendendo in modo abbastanza
evidente l’antica Midnight rider, vive di luce propria grazie al contributo di
Warren Haynes in veste di coautore.
Insomma il classico piacevole disco di chi nel frattempo è diventato anch’egli
un maestro, senza però alcuna velleità di protagonismo, né alla voce, né alla
chitarra, né all’armonica a bocca.