IL CAOS DEI QUEENSRYCHE
DAL METAL DEGLI INIZI AD UNO STILE MOLTO VARIO
di Alessandro Tozzi
QUEENSRYCHE
– DEDICATED TO CHAOS – ROADRUNNER - 2011
Produzione: Kelly Gray
Formazione: Geoff Tate – voce; Michael Wilton – chitarra; Parker Ludgren – chitarra; Eddie Jackson – basso; Scott Rockenfield – batteria
Titoli: 1 – Get started; 2 – Hot spot junkie; 3 – Got it bad; 4 – Around the world; 5 – Higher; 6 – Retail therapy; 7 – At the edge; 8 – Broken; 9 – Hard times; 10 – Drive; 11 – I believe; 12 – Luvnu; 13 – Wot we do; 14 – I take you; 15 – The lie; 16 – Big noize
Questo disco, lo dico subito, può piacere anche molto come può deludere, ma trovo giusto chiarire un concetto: mettiamo una pietra sopra per sempre su quel che sono stati i Queensryche per una decina d’anni, diciamo i primi 5 album, coi quali si sono guadagnati il loro dignitoso posto nella storia del metal.
Ebbene,
quelle sonorità non appartengono più al gruppo, vuoi per scelta, vuoi per
naturale ispirazione, da più di un disco, e questo Dedicated to chaos
conferma, come da dichiarazioni della band stessa, l’intenzione, rivelata
apertamente nel titolo prescelto, di assemblare più una playlist che un album
vero e proprio con un’idea di fondo (cosa di cui Tate e soci hanno dimostrato di
essere capacissimi).
Si comincia con Get started, di presa abbastanza facile, con voce di Geoff Tate utilizzata alla David Lee Roth, il ritmo c’è ed è buono, garantito dalla sezione ritmica Jackson & Rockenfield, ma tradisce già una netta differenza col repertorio storico. Resta forse il miglior episodio, accanto ad un paio di altri brani in cui riaffiora qualche barlume anni ’80-’90.
Mi
riferisco a Higher, condita da un interessante sax e da un’atmosfera
epica che tenta di rinverdire i fasti di un tempo, o a At the edge, con
quella sua parte centrale “addormentata” che poi si risveglia per chiudere
maestosa.
Poi ci sono i pezzi più commerciali, quelli da rock band “ordinaria” come
Around the world, Hot spot junkie, I believe.
Drive, per esempio, ha anch’essa un buon acchiappo ma la voce di Tate, come spesso accade nel disco, è a dir poco sottoutilizzata, è tutto un sussurro, accade anche in Hard times ed è un peccato conoscendo le vette che può raggiungere. Qui ricorda qualcosa dei Faith No More più maturi, come Wot we do, caratterizzata da parti simil-elettroniche e da un altro sax che va a riempire la parte centrale, ma sembra quasi un pezzo registrato per scherzo. Timide sperimentazioni compaiono in ordine sparso.
Un paio di pezzi sono trascurabili: Got it bad e Broken, per la precisione, ma il lavoro nel suo complesso resta di buon livello, anche se diverso (non dico peggiore) da quelli che hanno reso popolare il gruppo. E’ un livello buono senza troppi sussulti, però, manca la “bomba”, il brano da ricordare come fiore all’occhiello dell’album.