RICORDIAMO ERIC CARR, VOLPE DEI KISS
VENTI ANNI FA LA SUA SCOMPARSA
di Alessandro Tozzi
Esattamente
20 anni fa, il 24 novembre 1991, si spegneva dopo circa 40 giorni senza
conoscenza Paul Charles Caravello, batterista dei Kiss conosciuto come Eric Carr.
Dispetto del destino, moriva lo stesso giorno del più blasonato Freddie Mercury, che si accaparrava le copertine di tutto il mondo. Sfortunato anche nel morire, povero Eric Carr, in un giorno così funesto per il rock.
E così anche i Kiss versavano quel tributo di sangue a quanto pare necessario per essere certificati come miti per l’eternità.
Al
di là dell’ottima scelta del suo sostituto Eric Singer, che pubblicava col
gruppo Revenge nel maggio 1992 dopo 6 mesi di plausibile smarrimento, va
detto che in quel momento i Kiss perdevano molto perdendo lui, sia dal punto di
vista strettamente professionale che da quello umano.
Perdevano potenza: Eric Carr aveva sostituito nel 1980 l’elemento storico Peter Criss, il gatto, di origine semi-jazzista, portando nel gruppo la sua potenza con The Elder del 1981, suo debutto discografico coi Kiss dopo non eccezionali trascorsi con band chiamate Cellarmen e Salt & Pepper, disco in cui firma anche il brano Under the rose, e soprattutto con Creatures of the night del 1982; basti ascoltare la celeberrima I love it loud, tuttora pezzo forte degli spettacoli dei Kiss.
Ma
pian piano Eric si costruiva anche il suo orticello di stima e di simpatia
all’interno del gruppo stesso e tra i fan. Nel tour di Animalize, a
cavallo tra il 1984 e il 1985, coi Kiss ormai senza trucco, arrivava a cantare
dal vivo due brani, Young & wasted e il grande classico Black diamond,
dopo aver contribuito in modo autorevole al parto di episodi importanti come
Under the gun (da Animalize), in cui sfoggia un’impressionante
pezzo di bravura alla doppia cassa, e anche All hell’s breaking loose da
Lick it up del 1983, il battesimo dei Kiss smascherati.
Nei fan aveva ormai fatto breccia, soprattutto con la gentilezza; mai negata una foto o una firma a nessuno, a volte faceva addirittura da tramite per avvicinare gli ossi più duri Paul Stanley e Gene Simmons. La sua presenza nel gruppo si faceva sempre più palpabile; anche Asylum del 1985, seppur disco di non eccezionale risultato commerciale, lo vede protagonista, martellante dall’inizio alla fine.
Era tutto pronto dunque per il debutto canoro: nel 1988 interpretava la ballad di Peter Criss, Beth, incidendola sulla raccolta Smashes, thrashes & hits, poi nel successivo album di inediti, Hot in the shade del 1989, componeva e cantava Little Caesar, brano praticamente solista, proposto anche dal vivo nelle prime date del tour di supporto al disco, senza ancora immaginare che quello sarebbe stato il suo ultimo tour, concluso con l’ultima performance il 9 novembre 1990 al Madison Square Garden di New York.
Poi
un anno di cliniche, analisi, paure, smentite, speranze, fino all’irreparabile
avvenuto appunto quel terribile 24 novembre 1991, dopo aver comunque trovato la
forza di partecipare al videoclip di God gave rock & roll to you II,
pezzo poi finito sul citato Revenge del 1992.
Eric Carr è stato un grande batterista raccogliendo, ricordiamolo, un’eredità pesantissima dovendo sostituire nel 1980 il gatto Peter Criss, primo elemento storico dei Kiss a lasciare il gruppo. Lo ha fatto con naturalezza, suonando come sapeva, assumendo il trucco della volpe.
La cosa curiosa, sempre raccontata da lui e dagli stessi Kiss, è di essersi presentato alle audizioni per il nuovo batterista senza un’effettiva speranza, ma piuttosto per vederli senza trucco e per avere i loro autografi, convinto di non aver mai più un’occasione per incontrarli. Invece la scelta dei Kiss cadeva proprio su di lui.
Eric
Carr ha saputo suonare la batteria, e benissimo.
Ha saputo stare per 11 anni in un gruppo storico come i Kiss, così fortemente contraddistinto da due leader indiscussi come Paul Stanley e Gene Simmons.
Ha saputo farsi amare.
A distanza di 20 anni, ha saputo farsi ricordare.