IL RITORNO DEGLI EVANESCENCE
DOPO 5 ANNI E TROPPE VOCI
di Alessandro Tozzi
EVANESCENCE
– EVANESCENCE – WIND UP RECORDS - 2011
Produzione: Nicl Raskulinecz
Formazione: Amy Lee – voce; Terry Balsamo - chitarra; Troy McLawhorn – chitarra; Tim McCord – basso; Will Hunt – batteria
Titoli: 1 – What you want; 2 – Made of stone; 3 – The change; 4 – My heart is broken; 5 – The other side; 6 – Erase this; 7 – Lost in Paradise; 8 – Sick; 9 – End of the dream; 10 – Oceans; 11 – Never go back; 12 – Swimming home
Dopo 5 anni di dissidi, dispetti, sospetti, sparate e smentite, ecco gli Evanescence da Little Rock (Arkansas) ricompattarsi intorno agli elementi storici del disco precedente e pubblicare questo omonimo Evanescence, e speriamo che l’omonimia del titolo indichi proprio che questa è l’identità della band.
Dico questo perché si tratta di un disco rock. Furbo in alcuni momenti,
ammaliante in qualche “occhiolino” lanciato dalla voce di Amy Lee, ricco di
episodi melodici, ma fondamentalmente rock.
Si parte con What you want, primo singolo designato, che nonostante abbia tutti i crismi del singolo di successo, resta un rock piuttosto energico; il ritmo aumenta subito dopo con Made of stone, con delle ruvidità tipiche quasi del metal, una certa potenza in avvio che poi deflagra in cadenze più dark, contornate da campanelli e buone vocalizzazioni.
The change pretende di essere un bel rock melodico ma poco lascia ai posteri se non un accattivante lamento vocale a precedere il ritornello “principale”; è l’anticipo per il brano più paragonabile agli Evanescence finora ascoltati, My heart is broken, introdotta da un pianoforte, caratterizzata da un altro lamento, ancora più sinuoso, e da quel pizzico di sofferenza che quando non esagera non dispiace.
L’altalena
continua: gli urli di The other side, sostenuta da un tempo lento ma
parecchio pesante, poi il crescendo chitarristico dall’effetto quasi spaziale di
Erase this, poi il pianoforte che avvia Lost in Paradise, la
solennità del cantato, l’orchestra a rifinire.
La formula dell’alternanza viene riproposta anche in conclusione dell’album, con le cattivelle Oceans e Never go back, di una certa rudezza di base insieme ad ottime prestazioni individuali di tutti gli strumentisti, ad introdurre il gran finale Swimming home: attacca un’arpa in lenta progressione, si affacciano una alla volta particelle elettroniche, accompagnano all’uscita le carezze vocali di Amy Lee.
In
un certo senso gli Evanescence hanno fatto la scelta più facile, abbandonando i
territori più oscuri dei due lavori precedenti, che pur tanto successo hanno
ottenuto, in favore di un rock aggressivo a tratti, più spesso ingentilito dalla
voce suadente di Amy Lee, urlato dalla voce stessa e dagli strumenti in alcuni
pezzi, sussurrato dal piano in altri.
Forse dopo tanta emotività sta sopraggiungendo anche un certo mestiere, comunque utile a confezionare al meglio un prodotto già buono, sebbene non così epocale.