WHITESNAKE – Forevermore – Frontiers  - 2011

 

di Alessandro Tozzi

 

PRODUZIONE: David Coverdale & Doug Aldrich

FORMAZIONE: David Coverdale – voce; Doug Aldrich – chitarra; Reb Beach – chitarra; Michael Devin – basso; Brian Tichy – batteria

TITOLI: 1 – Steal your heart away; 2 – All out of luck; 3 – Love will set you free; 4 – Easier said than done; 5 – Tell me how; 6 – I need you (shine a light); 7 – One of these days; 8 – Love & treat me right; 9 – Dogs in the street; 10 – Fare thee well; 11 – Whipping boy blues; 12 – My evil ways; 13 – Forevermore

 

David Coverdale con i suoi Whitesnake smentisce periodicamente qualsiasi voce di scarsa forma o scarsa creatività sfornando un nuovo disco quando non ci crede nessuno.

Con due nuovi elementi alla sezione ritmica e confermando le due collaudatissime chitarre dà alle stampe questo Forevermore, dando prova, se non altro, di grande mestiere, ma non solo.

Si, perché non è un album della svolta, questo, è “solo” un classico Whitesnake, e ti pare poco? Ci sono dentro in ordine sparso tutti gli elementi che hanno determinato il successo del gruppo nei decenni: l’hard settantino degli inizi, condito qua e là di blues, e il singolo un po’ furbetto, Love will set you free, che non farà gridare al miracolo ma molto adatto alla dimensione live, anche per acquisire nuovo pubblico, accompagnato da un semplice video del tipo live in studio.

Evidentemente lo sguardo alle vendite c’è ma entro i limiti della decenza, e la prova arriva subito, con chitarra slide e armonica ad introdurre un blues-rock che la sa lunga, Steal your heart away, sentimento puro ma senza miele, sigillato da almeno un altro pezzo di cotanta energia, Whipping boy blues.

Il momento del miele arriva, ci mancherebbe, appartiene anche quello al mondo Whitesnake: Easier said than done è marchiata a fuoco dall’interpretazione calda di Coverdale, la simil-country One of these days, riempita dalla consueta ottima prestazione delle chitarre acustiche di Beach e Aldrich, che comunque garantiscono continuità per tutto il lavoro anche nei momenti più infuocati, come My evil ways o la title-track di chiusura.

I due nuovi fanno egregiamente il loro dovere, la voce di Coverdale non tocca più le vette di un tempo ma galleggia bene anche qualche gradino più sotto, e poi, detto e ripetuto che si tratta di un disco che non sposta di nulla quel che si sa del gruppo, va sottolineata la qualità compositiva, col contributo anche di Aldrich sempre alta.

Meglio novità come questa che improbabili live o raccolte messe negli scaffali per arrotondare.

 

 

 

 

 

 

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