Un perfetto gentiluomo
di Claudia Pandolfi
Un
film di Shari Springer Berman, Robert Pulciini. Con Kevin Kline, Katie Holmes,
John C. Reilly, Paul Danno, Alicia Goranson.
Cathy Moriarty
Titolo originale The Extra Man. Commedia, durata 105 min. - USA, Francia 2010.
Louis Ives è un giovane insegnante di letteratura presso un liceo a Princeton, con un grosso problema di timidezza e un'ossessione per la biancheria intima femminile. Dopo esser stato sorpreso dalla direttrice dell'istituto a indossare un reggiseno, Louis decide di trasferirsi a New York per trovare una vocazione artistica ed esplorare la sua identità sessuale. A Manhattan, trova un alloggio nel minuscolo appartamento di Henry Harrison, un eccentrico intellettuale di mezza età che sostiene di aver scritto un'unica grande opera teatrale nella vita e che questa gli sia stata sottratta dal precedente coinquilino.
A poco a poco, Louis rimane sempre più intimorito ma stranamente affascinato dalle strane abitudini del suo padrone di casa, che dimostra di essere uno spiantato misogino di mentalità reazionaria, frequentatore dell'alta società newyorkese grazie al suo ruolo di accompagnatore per donne anziane ed estremamente facoltose. La grande narrativa americana si serve spesso della focalizzazione interna, di una visione e descrizione del mondo costruita a partire da un narratore che racconta in prima persona gli eventi di cui è osservatore silenzioso e affidabile testimone. L'ideale, dichiarato, di Un perfetto gentiluomo è quello della letteratura di Henry James o di Nick Carraway ne “Il grande Gatsby” di Fitzgerald: utilizzare un personaggio come una macchina fotografica per catturare le abitudini di un ambiente sociale, direzionando lo sguardo verso un personaggio istrione e carismatico.
È
il grande testimone che la letteratura americana ha lasciato al cinema classico
(che ha sempre preferito la voce narrante di un comprimario-spalla a quella di
un protagonista-eroe); ma è anche, in qualche modo, la cifra stilistica che la
coppia di registi newyorkesi Robert Pulcini e Shari Springer Berman ha adottato
in ogni film per raccontare un preciso contesto sociale. In American Splendor
le tavole a fumetti autobiografiche di Harvey Pekar aprivano alla vita della
gente comune di Cleveland, Ohio. Con Il diario di una tata, lo sguardo da
giovane antropologa di Scarlet Johansson esplorava l'Upper East Side
newyorkese dei bambini viziati e dei genitori ricchi, distratti e autoindulgenti.
Un perfetto gentiluomo si serve invece dello sguardo ingenuo e confuso di
Paul Dano per guardare agli intellettuali scrocconi dell'Upper West, artisti
squattrinati ma troppo invecchiati e conservatori per poter rinunciare alle
serate di opera o alle vacanze invernali a Palm Beach Il film
parla della capacità di elevare a realtà il proprio immaginario, della
stravaganza intesa come joe de vivre,
della malia che certe persone riescono a esercitare sul mondo circostante e
sugli altri, coinvolgendoli nel loro personale teatro di vita.
Come ne Il grande Gatsby di Fitzgerald (penna ispiratore del protagonista Louis) il ‘modesto' Nick Carraway fungeva da lente d'ingrandimento per raccontare il mondo falsamente dorato di Gatbsy e di tutta una società franata sotto al peso del sogno infranto, allo stesso modo Louis è personaggio propedeutico al ritratto di aspirazione e miseria che troverà nella Manhattan in cui l'utopia ha soppiantato il sogno (svanito tra le ceneri di incolmabili solitudini e incontrollabili frustrazioni), ma che è manifesto, ciononostante, di una febbrile smania di vivere, divenendo così inesorabilmente il luogo dove tutte le anime smarrite si trovano a confluire. Un film che si basa soprattutto sull'eclettismo creativo dei protagonisti, ognuno immerso in un proprio mondo di alienazione e carisma umani, molto ben veicolati dai due attori protagonisti: un dimesso e sognante Paul Dano e un irritabile e sovraesposto Kevin Kline (esilarante come ai tempi di Un pesce di nome Wanda).
Per
calarsi nella parte del sedicente aristocratico Henry Harrison, Kevin Kline
recupera e sintetizza due dei personaggi che più lo hanno reso famoso:
l'intellettuale schizofrenico de La scelta di Sophie e il folle criminale
anglofobo di Un pesce di nome Wanda, virando su un versante
esplicitamente comico e satirico. Se il gioco dei ruoli fra mentore e adepto dei
due attori rappresenta senza dubbio la parte migliore del film (con
Kline-Harrison che insegna a Dano-Ives come entrare a teatro senza pagare e come
urinare per strada senza dare nell'occhio), è nell'indecisione della sua natura
che Un perfetto gentiluomo spiazza senza centrare nessun obiettivo. Come
per la sessualità del suo giovane protagonista, il film cerca sotto vari
travestimenti una sua personale identità, e sequenza dopo sequenza assistiamo a
un romanzo di educazione sentimentale, a una commedia surreale, a un ritratto
agrodolce di un'élite decadente senza portare a compimento nessuno di questi
percorsi. Enfatizzata da una galleria di eccentrici personaggi che le girano
attorno, la storia scritta da Jonathan Ames (creatore della serie televisiva
Bored to death) riesce senza dubbio a comunicare lo stesso stato di
indecisione e disorientamento dei suoi protagonisti. Il problema è che lo fa
attraverso un'accumulazione di idee bizzarre ai limiti dell'aggressività, tanto
da far perdere presto forza alle sue stesse intuizioni.