ENNESIMO PROGETTO STEVEN WILSON

SOLISTA VERO QUESTO “GRACE FOR DROWNING”

 

di Alessandro Tozzi

 

STEVEN WILSON – GRACE FOR DROWNING – KSCOPE - 2011

Produzione: Steven Wilson

Formazione: Steven Wilson – voce e chitarre + turnisti

Titoli CD1 – Deform to form a star: 1 – Grace for drowning; 2 – Sectarian; 3 – Deform to form a star; 4 – No part of me; 5 – Postcard; 6 – Raider prelude; 7 – Remainder the black dog

Titoli CD2 – Like dust I have cleared from my eye; 1 – Belle de jour; 2 – Index; 3 – Track one; 4 – Raider II; 5 – Like dust I have cleared from my eye

 

Con Steven Wilson non ci si annoia mai: chitarra, penna e mente dei Porcupine Tree, dei Blackfield e parte comunque importante di una quantità di altri progetti, stavolta torna con un disco effettivamente solista, quanto di meglio per dare sfogo a tutto ciò che è rimasto in qualche modo represso o soffocato, o semplicemente inespresso nei vari lavori di gruppo.

E’ un lavoro che rivela, se mai ce ne fosse ancora bisogno, l’anima progressive di Wilson, quella tipica anni ’70, quella rielaborata e così ben personalizzata con la prima produzione Porcupine Tree.

Tante erano le idee da esprimere che ne esce un doppio, due dischi ognuno col suo titolo, con molti pezzi di minutaggio piuttosto alto fino al record assoluto di Raider II, che supera i 23 minuti seppur divisibile in più parti, come altri.

L’avvio è col pianoforte, strumento sul quale lui come molti altri grandi del rock compone principalmente, anche quando poi registra con la chitarra; inizia il piano, entra la chitarra e un certo numero di effetti ed effettini, ecco la voce, un po’ Plantiana direi, seppur non troppo tirata. Seguono le atmosfere impastate di Sectarian, strumentale dalle percussioni lente e paranoiche e dalle distorsioni in ordine sparso.

Deform to form a star si distingue soprattutto per la prestazione chitarristica di Wilson, ma comunque, come quasi tutto il resto, indica che, complice forse la frequentazione recente con Robert Fripp per vari motivi, l’anima candida del Wilson leader dei Porcupine Tree emerge tutta e realizza un bellissimo pezzo prog puro.

Postcard è la più accessibile, ad essere maligni sospetterei uno scarto dei Blackfield, ma comunque di tutto rispetto e arricchita da archi e violoncelli che salvano la faccia intellettualmente.

Il primo disco si conclude con Remainder the black dog, piano, sax, chitarre e flauti alla Jethro Tull sugli scudi, ma soprattutto la voce filtrata di Wilson che molti desiderano.

Il secondo disco personalmente mi entusiasma meno, saranno le concessioni elettroniche di Index e Track one, però c’è la monumentale Raider II, poema prog di 23 minuti, tra chitarre quasi metal, contaminazioni fusion, flauti, suoni acidi di vario, perfino una finta conclusione.

Quasi automatica la fine del disco, il codazzo multiforme di Like dust I have cleared from my eyes.

Un album pieno, variopinto, anche disorganizzato per certi versi, ma porta addosso il marchio di un grande artista, compositore, interprete, chitarrista, uno di quelli che si distingue dagli altri per pulizia e precisione.

 

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