INCUBUS STAVOLTA SENZA SORPRENDERE
TROPPO ORDINARIO PER LORO “IF NOT NOW, WHEN?”
di Alessandro Tozzi
INCUBUS
– IF NOT NOW, WHEN? – EPIC RECORDS - 2011
Produzione: Brendan O’Brien
Formazione: Brendon Boyd – voce, chitarra e percussioni; Michael Heinziger – chitarra e piano; Chris Kilmore – piano, tastiere, organi, mellotron e campionamenti; Ben Kenney – basso; Josè Pasillas II – batteria
Titoli: 1 – If not now, when?; 2 – Promises, promises; 3 – Friends & lovers; 4 – Thieves; 5 – Isadore; 6 – The original; 7 – Defiance; 8 – In the company of wolves; 9 – Switchblade; 10 – Adolescents; 11 – Tomorrow’s food
A dispetto del loro nome gli Incubus non sono angoscianti per niente. Non più, almeno, perché questo disco scorre via molto fluidamente, magari con momenti intimistici, melodici, contemplativi, ma mai inquietanti, come forse più spesso avveniva in passato.
Però la sensazione immediata durante l’ascolta mi assale subito: credo proprio che quello fosse il loro territorio naturale, mentre questo If not now, when? sembra un po’ il disco fatto perché era ora di farlo.
E’
fatto bene, intendiamoci, con mestiere di musicisti con una ventina d’anni di
carriera sulle spalle, ma ad esempio certi picchi vocali di Brendon Boyd per un
disco del genere non servono più: è un dark rock molto poco coraggioso, questo,
con un singolo designato, Promises, promises, troppo pop per i trascorsi
degli Incubus, nonostante mantenga una certa interiorità.
Ma non basta perché Friends & lovers si spinge anche più in là in termini di concessione al pop, allo standard.
Ecco, questo è forse il vocabolo che ben rappresenta il limite di questo album: è standard, sembrano i cloni dei Faith No More o dei Red Hot Chili Peppers arrivati con una decina d’anni di ritardo, e per questo un po’ imbronciati.
Restano un paio di episodi da salvare, il rock aggressivo di Switchblade e Adolescents, mentre Defiance è dominata da una chitarra acustica che poco appartiene al menu della band, e anche la ballad a concludere Tomorrow’s food, poco lascia ai posteri se non l’interesse del testo. In the company of wolves potrebbe essere scambiata per un brano solista di Boyd tanto lui la domina a tutti i costi, anche facendosi apprezzare per la sospiratissima interpretazione.
La
prova degli strumentisti è buona, cantato compreso anche se eccessivo in qualche
frangente, ma manca quel qualcosa da ricordare presente invece nei lavori
precedenti. L’impressione che non riesce ad abbandonarmi è quella del disco
frettoloso, e forse non ce ne era motivo perché non sono poi molti i gruppi che
pubblicano un album di inediti ogni tre anni.
Con questo disco gli Incubus si sono andati a mettere nel mucchio, dopo essere stati molto ben visibili al di fuori dello stesso.