IRON MAIDEN DI NUOVO A “RACCOLTA”
CELEBRATO IL PERIODO 1990-2010
di A. T.
IRON
MAIDEN – FROM FEAR TO ETERNITY: 1990-2010 – EMI - 2011
Produzione: Steve Harris, Kevin Shirley & Martin Birch
Formazione: Bruce Dickinson – voce; Dave Murray – chitarra; Adrian Smith – chitarra e cori; Janick Gers – chitarra; Steve Harris – basso, tastiere e cori; Michael Kenney – tastiere; Nicko McBrain – batteria
Titoli CD1: 1 – The wicker man; 2 – Holy smoke; 3 – El Dorado; 4 – Paschendale; 5 – Different world; 6 – Man on the edge (live); 7 – The reincarnation of Benjamin Breeg; 8 – Blood brothers; 9 – Rainmaker; 10 – Sign of the cross (live); 11 – Brave new world; 12 – Fear of the dark (live)
Titoli CD2: 1 – Be quick or be dead; 2 – Tailgunner; 3 – No more lies; 4 – Coming home; 5 – The clansman (live); 6 – For the greater good of God; 7 – These colours don’t run; 8 – Bring your daughter… to the slaughter; 9 – Afraid shoot strangers; 10 – Dance of death; 11 – When the wild wind blows
Se
tre anni fa ha forse avuto un senso pubblicare il primo capitoilo di questa
autocelebrazione degli Iron Maiden, dal momento che quel From fear to
eternity: 1980-1990 raccoglieva le perle storiche che hanno fatto della band
l’icona internazionale del metal ampiamente riconosciuta, lascia molto più
perplessi questo seguito, tra l’altro a pochi mesi di distanza dall’ultimo album
di inediti, The final frontier.
Il fatto è che il periodo interessato non ha certo il significato del primo decennio: qualche perla c’è comunque, il mestiere e la credibilità costruita in 10 anni favolosi non si distruggono in un attimo neanche volendo, ma la verità è che parliamo del periodo del momentaneo avvicendamento tra Bruce Dickinson e Blaze Bailey, e in sostanza delle prime piccole, parziali distanze prese dal metal puro, quel metal che li ha portati in cima, e la cosa ha rimescolato progressivamente un po’ le acque nel seguito del gruppo, lasciando qualche delusione e forse intrigando qualche nuovo fan. Le attuali tre chitarre sembrano addirittura sprecate.
Così
è necessario prendere Holy smoke, Be quick or be dead, una versione dal
vivo ancora energica di Fear of the dark o il coro da stadio Bring
your daughter… to the slaughter per individuare ancora l’identità degli Iron
Maiden conosciuti nel mondo.
Il resto, pur nel suo non disprezzabile valore, rappresenta fondamentalmente il tentativo fatto negli anni per galleggiare in alto nonostante le idee folgoranti davvero fossero agli sgoccioli. Arriviamo anche a pezzi estratti da The final frontier, un riciclaggio curioso per un disco così ravvicinato nel tempo.
E
poi un ulteriore dettaglio mi lascia particolarmente basito: in genere queste
sono operazioni commerciali belle e buone, arricchite di gadgets o specchietti
per le allodole adatti ad attrarre il fan più antico e il nuovo adepto. Invece
qui nulla: non un solo inedito, neanche il classico demo recuperato dal cestino,
non un booklet fotografico accarezzabile dai fedelissimi, non un plettro, un
posterino di quelli ripiegabili tanto per divulgare una solo foto fatta apposta
per l’occasione. Insomma nulla di nuovo non solo dal punto di vista
creativo/artistico, ma anche dal punto di vista commerciale, sembra una playlist
fatta in casa e basta. Tutto questo dopo già un certo numero di live e di
raccolte, insomma di materiale buono per carità, ma pur sempre riciclato.
Il cappello da togliersi quando si parla degli Iron Maiden resta, ma l’operazione in sé è nella migliore delle ipotesi superflua.