ISOLA 10
di Claudia Pandolfi
REGIA:
Miguel Littin SCENEGGIATURA: Miguel Littin ATTORI: Benjamin Vicuna,
Cristian La Fuente, Pablo Krogh, Josè Bertrand, Sergio Hernandez PAESE:
Brasile, Cile, Venezuela GENERE: Drammatico DURATA: 117 Min
Santiago, 1973. Dopo il colpo di Stato, una trentina di leader e autorità dell'Unidad Popular vengono trasferiti sull'Isola Dawson, il campo di concentramento più australe del mondo, situato nello Stretto di Magellano. Un forte e freddo ufficiale delle forze armate si occupa di questi prigionieri eccellenti... Mesi di reclusione, incertezza, solitudine, isolamento e condizioni estreme, fanno sì che questi uomini crescano in forza e lottino insieme contro gli oppressori. A Dawson Isla 10 la loro amicizia si rafforza, come la testimonianza e la memoria della storia del Cile.
All’indomani dell’altro, drammatico 11 settembre della storia contemporanea, quello del 1973, quando scattò il terribile e violento colpo di stato del Generale Pinochet ai danni di Salvador Allende e del suo governo democraticamente eletto, la repressione in Cile contro i nemici politici si fece durissima. Ed in una delle isole aspre e selvagge del sud del paese, l’isola Dawson, fu allestito un campo di prigionia destinato ad ospitare, tra gli altri, proprio i ministri e i collaboratori del presidente barbaramente destituito. Dawson Isla 10, che si basa sul libro autobiografico di uno di loro, il Ministro delle miniere Sergio Bitar, ricostruisce i mesi trascorsi dai deportati in quel campo (che fu chiuso poco più di un anno dopo), ne racconta il dolore, le dinamiche, la quotidianità, gli inaspettati risvolti di umanità.
Miguel
Littin
- è uno dei nomi più noti del cinema cileno, fu esiliato da Pinochet, e nel 1984
tornò di nascosto in patria per documentare con immagini la situazione politica
del paese – racconta con questo film questa storia vera con un particolare
equilibrio di toni e registri che è al tempo stesso il punto debole e quello di
forza del suo film. Littin
rifugge infatti dall’ostentazione più reiterata delle violenze e
delle sofferenze fisiche e morali dei prigionieri. Il film mostra queste
violenze, certo, ma sempre cambiando rapidamente scena e contesto, confondendo,
a tratti persino spiazzando. Al momento più duro e drammatico, il regista ne
alterna uno quasi umoristico , a momenti di serenità e di legame con una natura
affascinante ma impietosa fanno seguito altri dove è tumultuoso e dolente il
legame emotivo tra i prigionieri, ad altri ancora dove emerge, in tutta la sua
contraddittorietà, il legame umano tra i carcerati e i loro carcerieri, non
tutti però.
Sembra
quasi che attraverso questo procedere ondivago e a tratti persino eccessivamente
episodico e attraverso una fotografia nervosa e affascinante, in grado di
riprendere luoghi e persone con la stessa attenta irrequietezza,
Littin abbia voluto
raccontare non tanto una storia di prigionia, o un’ingiustizia politica e
umanitaria, quanto qualcosa di più profondo e “politico”: il senso di
smarrimento personale (e, appunto, politico) di un gruppo di uomini che avevano
appena visto infrangere il sogno che per un attimo avevano creduto di aver fatto
diventare realtà; il rapporto di amore-odio con la loro terra, simboleggiata
nell’isola sulla quale sono detenuti.
Una prigionia, quindi, che per molti di loro sarà soprattutto mentale e interiore per gli anni a venire e non solo per via della dittatura.