JETHRO TULL, IMMORTALI O QUASI

CON UN REPERTORIO COME IL LORO L’ETA’ NON CONTA

 

di Alessandro Tozzi

 

JETHRO TULL

Ian Andersen – voce, flauto traverso, ukulele; Martin Barre – chitarra; David Goodier – basso; Doane Perry – batteria; John O’Hara – tastiere

Ostia Antica (RM), Anfiteatro Romano,  18 luglio 2011

 

Consueta gita italiana dei Jethro Tull, ripagati come sempre dall’affetto dell’Italia e di Roma, tanto che stavolta addirittura 5 sono state le date annunciate.

SUL PALCO non poteva che visionare quella dell’Anfiteatro Romano di Ostia Antica, cornice suggestiva, densa di storia, tra una colonna ed un pino, tra uno scavo e un amplificatore.

Anche il gruppo ha la sua, di storia, 43 anni dall’idea malsana del leader Ian Andersen, e la onora in pieno, anche se soprattutto con le perle del glorioso passato, essendo l’ultima pubblicazione di inediti quel Dot com del 1999, ormai 12 anni fa.

Quasi a conferma di quanto detto si comincia con Living in the past, con l’entrata in scena trionfale di Ian Andersen, bandana in testa e l’amico flauto in mano; acustica buona, aiutata dal sound piuttosto pulito del gruppo.

Avanti con Thick as a brick, datata 1972, e poi ancora Up to me dal leggendario Aqualung, che si rivelerà il disco più rappresentato della serata. Dopodichè l’unico pezzo più vicino ai giorni nostri, Farm on the freeway tratto da Crest of a knave, in cui domina e conclude in bellezza la chitarra di Martin Barre. David Goodier al basso e il mastodontico Doane Perry alla batteria vanno fondamentalmente a memoria, nulla di eccezionale ma senza falle.

Intrigantissime Mother goose e la susseguente Heavy horses, poi continua la preponderanza dei grandi classici fino alla conclusiva Aqualung, passando però anche per una Hymn 43 molto ben riempita dalle tastiere di John O’Hara.

Un’ora e 40 minuti di Ian Andersen indiavolato tra flauti, ukulele e il suo modo di cantare “spezzato”, che potrebbe lasciare qualche sospetto sulle riserve di fiato del sessantaquattrenne, ma basta ascoltare un suo qualunque intervento ai flauti per dissipare ogni dubbio: si direbbe proprio una scelta artistica.

Un solo bis, ma di qualità assoluta, richiesto a gran voce: Locomotive breath, uno dei pezzi che hanno collocato i Jethro Tull nell’Olimpo internazionale del rock.

Nel complesso una performance esemplare. All’uscita molti volti sorridenti, la favola continua!

 

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