OMAGGIO A JIM MORRISON, 40 ANNI DOPO

UNO DEI PADRI DELLA RIVOLUZIONE CULTURALE DEL ‘68

 

di Alessandro Tozzi

 

Quarant’anni sono tanti! Ma ancora niente per scalfire il ricordo di un colosso come Jim Morrison, cantante e leader dei Doors, capostipite di una generazione, di un ideale, uno dei simboli del 1968 con tutti i suoi fermenti. Il 3 luglio 2011 saranno 40 anni tondi, e la cosa impressiona proprio per quanto è viva e attuale la sua figura, non solo nei negozi di dischi, ma su tante magliette e soprattutto nei sentimenti di chi lo ha amato al tempo e di chi lo ha scoperto solo successivamente, anche magari per motivi anagrafici.

Grande cantante e grande paroliere, quasi come un presagio si è interessato del concetto di morte in molte sue canzoni, come The end o When the music’s over, in cui compaiono anche riferimenti ai concetti di resurrezione, di trascendenza e tutte le forme di conoscenza.

Questo per servire intanto chi lo ha sempre considerato soltanto un tossico a briglie sciolte. Le stesse “porte” che hanno dato il nome al gruppo erano nelle sue idee proprio quelle della conoscenza, del sapere, che lui, assiduo consumatore e compositore di poesie, desiderava tanto.

La sua innovazione in musica è stata soprattutto quella di mescolare parti di blues con altre di psichedelica, applicandole al rock più classico. I primi esempi che mi vengono in mente sono le tastiere acide di Break on through, ma anche la stessa parte centrale di When the music’s over o il sound sporchissimo di Five to one.

Il suo timbro vocale era perfetto sia per gli episodi più riflessivi, quelli da grande poeta come Riders on the storm e People are strange, che in quelli di pochi fronzoli, come possono essere Light my fire e Roadhouse blues.

Provocatore di professione, gli spettacoli dei Doors erano mine vaganti per le istituzioni. Si ricordano molte interruzioni della polizia a causa non tanto del linguaggio, quanto dei gesti di Jim dal vivo, sempre al limite del pudore (il limite di allora, ben più basso di quello attuale) e spesso in verità sotto botta delle più varie sostanze stupefacenti che si andavano diffondendo, di cui era un entusiasta “sperimentatore”.

Sostanze che hanno senz’altro contribuito ad abbreviargli la vita, ma a mio modesto avviso anche a fargli partorire molte delle meraviglie che per fortuna ci ha lasciato.

La morte stessa, come si conviene alle leggende, è a tutt’oggi oggetto di qualche dubbio sulle sue effettive modalità, ma questo è un dettaglio al confronto di ciò che resta di lui: un irripetibile capitolo di storia della musica e della società.

 

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