JOURNEY, VENA CREATIVA INFINITA

FEDELI A SE’ STESSI SENZA RIPETERSI

 

di Alessandro Tozzi

 

JOURNEY – ECLIPSE – FRONTIERS RECORDS - 2011

Produzione: Kevin Shirley

Formazione: Arnel Pineda – voce; Neal Schon – chitarra e cori; Jonathan Cain – chitarra, tastiere e cori; Ross Valory – basso e cori; Deen Castronovo – batteria, percussioni e cori

Titoli: 1 – City of hope; 2 – Edge of the moment; 3 – Chain of love; 4 – Tantra; 5 – Anything is possible; 6 – Resonate; 7 – She’s a mystery; 8 – Human feel; 9 – Ritual; 10 – To whom it may concern; 11 – Someone; 12 – Venus; 13 – Don’t stop believin’ (live from manila DVD)(bonus track)

 

I Journey sono, insieme ai Boston e a pochi altri, tra gli indiscussi leader di quel genere denominato AOR. Dopo il successo di Revelation di neanche tre anni fa, molti al loro posto avrebbero aspettato molto più tempo per dar vita ad un nuovo disco, e probabilmente lo avrebbero fatto molto simile al fortunato predecessore.

Invece loro, come fanno i grandi, si sono cimentati con una sfida nuova, per vincerla: questo Eclipse, ferma restando l’ottima salute di tutti e cinque i musicisti, regala due individualità in grado di elevare il risultato finale, il cantante Arnel Pineda e la chitarra di Neal Schon.

Il primo, dall’alto della sua estensione vocale e della pulizia della sua voce, dispensa generosamente tonnellate della sua ugola, mentre il secondo si avvinghia a tutto il disco minuto per minuto.

Ne esce un disco Journey 100% fin dall’iniziale City of hope, melodica ma lo stesso potente, e si nota subito il tratto distintivo dell’intero lavoro: il continuo duettare tra la voce di Pineda e la chitarra di Schon, elemento che caratterizza la seconda parte di Edge of the moment e conclude in maniera maestosa She’s a mystery, dopo un interessante avvio acustico, sfumando poi gentilmente.

Ma il top del disco è senza dubbio Human feel, potenza allo stato puro, con Castronovo alla batteria ad incalzare, col cantato quasi completamente in doppia voce e un lago chitarristico a chiudere.

Buone anche l’epicità di Resonate o il coinvolgimento di Chain of love, mentre Tantra accontenta i più trasognati con il suo piano protagonista della prima parte. Confermata l’abitudine di chiudere con uno strumentale, Venus, che porta il sigillo finale della chitarra di Schon sull’album, riprendendo e poi rielaborando il finale di To whom it may concern. Impressiona meno il resto, ma parliamo sempre di livello medio-alto, bonus track compresa.

Per la cronaca saranno a Milano il 21 giugno, ve lo dico perché c’è aria fresca in casa Journey, nonostante qualche capello brizzolato.

 

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