ORFANI DEI KING CRIMSON, ATTENZIONE!
IL PROGETTO DEL TRIO JAKSZYK, FRIPP & COLLINS
di Alessandro Tozzi
JAKSZYL,
FRIPP & COLLINS – A SCARCITY OF MIRACLES – ELEVEN SEVEN MUSIC - 2011
Produzione: Jakko Jakszyk, Robert Fripp e Mel Collins
Formazione: Jakko Jakszyk – voce, piano e chitarra; Robert Fripp – chitarra; Mel Collins – sax; Tony Levin – basso; Gavin Harrison - batteria
Titoli: 1 – A scarcity of miracles; 2 – The price we pay; 3 – Secrets; 4 – This house; 5 – The other man; 6 – The light of day
La
dicitura in copertina sotto il titolo recita “A King Crimson ProjeKct” ma vorrei
precisare subito che sembra più una furbizia commerciale che altro, nonostante
gli effettivi valori del disco. La stessa grafica della copertina è in questo
senso molto ammaliante.
Si, perché forse la mente del progetto sarà stata con ogni probabilità Robert Fripp, che però per sua stessa ammissione, non intendeva costituire una nuova line-up dei King Crimson, ma solo un progetto a latere.
Il
risultato è un ottimo disco che combina le capacità dei tre: la solennità del
cantato di Jakszyk e i suoi scambi chitarristici con lo stesso Fripp, ma anche,
nota forse più inedita che potrebbe dividere gli affezionati, la quiete
contemplativa del suo piano in molte occasioni, tranne forse che nell’episodio
più inquietante e forse più vicino ai passi angosciosi dei King Crimson, The
other man, in cui anche il testo contribuisce al pathos, dopo l’avvio di
Collins al sax, anche quello meno “sereno” che nel resto del lavoro. Di Collins,
però, va assolutamente ricordata la prestazione al flauto nella title-track
iniziale.
Fatta
questa eccezione va detto che c’è troppa pace in questo disco per essere
considerato un vero derivato dei King Crimson, ma evidentemente è una velleità
che va del tutto abbandonata. Dissonanze, cupezze, arrabbiature non ce ne sono;
comandano piuttosto fiori primaverili, un certo progressive si avverte in
Secrets, con le sue blande percussioni e il sax conclusivo, ma The light
of day mette fine al disco con uno spegnimento lento, anche dello stesso
sax, che in molti frangenti richiama un jazz di stampo moderno degno di un
grandissimo.
Resta
da vedere se questo trio, in realtà quintetto aggiungendo Tony Levin al basso e
Gavin Harrison in prestito dai Porcupine Tree alla batteria, relegati però al
proprio dovere senza particolari glorie personali, avrà una continuità, che si
chiami King Crimson o diversamente.
Sembra quasi che tre personalità del genere siano “sprecate” insieme. La sensazione dopo un paio di ascolti è che regni un po’ troppo il torpore, senza quelle scossettine di un tempo.
Tre maestri presi ognun per sé, da rivedere sotto forma di trio, o di 3+2 se preferite.