Yayoi Kusama

Dal 10 Ottobre 2011 al 9 febbraio 2012 al Centro Pompidou

 

di Claudia Pandolfi

 

Un souvenir dell’infanzia crea la leggenda di Yayoi Kusama e associa l’inizio del suo cammino di artista a una allucinazione, un inquietante estraneità che si manifesta intorno al suo circolo familiare. I fiori rossi della tovaglia si moltiplicano sullo sfondo, i muri, il sole, su sè stessa. Anima senza corpo, l’artista fa del suo insopportabile auto-anientamento un’opera, Self-Obliteration. La sfida e la ricerca di un’opera radicale e atipica, scrivere sul suo corpo, inventarsi un corpo a corpo secondo le procedure formali sempre reinventate.

L'esilio a New York nel 1958 libererà Kusama, pittrice, scultrice, autrice di performance, scrittrice e cantante. Attraversando le frontiere, essa si disfa di tutti i legami, salvo della memoria di un’immensa cultura. Ogni sequenza delle sue opere, mutevoli, ne è del tutto segnata anche nella loro forza radicale e ritmica dell’esposizione. Il grande formato e monocromo fanno delle opere di Kusama un’esperienza unica: All’illusione del vuoto succede la provocazione del pieno, essa si appropria degli oggetti trovati sui marciapiedi di Manhattan. E’in Accumulations, sovente associata alla familiarità femminile, che Kusama esprime le metamorfosi nel «surrealismo pop». Il trattamento attraverso le masse e l’aggregato delle sculture arrotonda gli angoli e genera delle forme spugnose, amorfe, molli. Il 1966 è un anno importante, un anno di cerniera. Kusama incontra i primi ambienti nei quali inserire gli specchi, inaugurando un lavoro sulla riflessione costante presente nei lavori successivi. Il Peep Show di Kusama (1966) e le Mirror Rooms di Mirror (1965) sono i luoghi chiave dove sono disseminati i primi Dots [punti] e in questi punti mette a proprio agio la propria immagine, poi Phalli's Field (1965) dove si improvvisano i primi happenings.

Liberazione sessuale, critica violenta della società del consumo e la politicizzazione dell’arte diviene il punto cardine delle sue performance artistiche. Questa ribellione del corpo rappresenta l’elemento che apporta singolarità di Kusama. Per questa emancipazione l’artista partecipa alla ricerca di una autonomia alla volta fisica, sessuale e intellettuale, associando il femminismo alle sue performance. Il ritorno a Tokyo nel 1973 avviene con sofferenza. A seguito di una successione dolorosa, sceglie di vivere in una istituzione psichiatrica, dove continua le sue opere con furia creativa. Se, dopo il 1980, Kusama persevera nel concepire opere che esaltano l’ambiente (Dots Obsession, 1998) e sculture, l’artista ha intrapreso recentemente una nuova strada nella pittura. Sul formato sovente quadrato e orizzontale, compone quotidianamente con una certa autonomia, un rebus. Una proliferazione prepotentemente allucinante di forme che si muovono e fluttuano, sempre in modo semplificati, che generano un interminabile senso di smarrimento, che portano sul quadri la velocità del caos. Movimento di immagini e immagini in movimento, sciame che si dipana nei meandri della psiche.

Nella febbre di New York

«Era il periodo dell’infatuazione per l'Action painting. Avevo un’idea importante per me, di elaborare un arte originale, che nascesse solo dal mio vissuto interiore […]. Nel 1959, esponevo la mia opera Infinity Nets, bianco su fondo nero. La monotonia generata da una ripetizione dovuta a un’azione costante, l’assenza di un centro, e l’indifferenza testimoniata dalla composizione, faceva cadere il pubblico nella perplessità […] avevo in me il desiderio di misurare in modo profetico l’infinito dell’universo incommensurabile a partire da una posizione, mostrando l’accumulazione delle particelle nelle mie maglie di un filo dove i punti sono trattati in modo altrettanto negativo. […] E’ presentando queste opere che mi posso rendere conto di quello che significa la mia vita, che non è altro che un punto. La mia vita, ossia un punto in mezzo a dei milioni di particelle che sono a loro volta punti. […] »

 

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