IL VENTICINQUENNALE DEI PALLAS
UN PROGRESSIVE PIU’ MATURO
di Alessandro Tozzi
PALLAS
– XXV – MUSIC THEORIES / MASCOT - 2011
Produzione: Niall Mathewson
Formazione: Paul Mackie – voce; Niall Mathewson – chitarre; Graeme Murray – basso; Colin Fraser – batteria; Ronnie Brown - tastiere
Titoli CD: 1 – Falling down; 2 – Crash & burn; 3 – Something in the deep; 4 – Monster; 5 – The alien Messiah; 6 – XXV part 1; 7 – Young God; 8 – Sacrifice; 9 – Blackwood; 10 – Violet sky; 11 – XXV part 2
Titoli DVD (nella versione limited): Live from the Night of the prog Fetsival, Loreley, Germany 2010: 1 – Falling down; 2 – Monster; 3 – Young God; 4 – Violet sky; 5 – Day on the rock; 6 – Night on the rock
Gli scozzesi Pallas appartengono a quella categoria di gruppi che se ne fregano delle mode, delle vendite e di tutti gli aspetti commerciali del fare musica, e per questo sono a mio avviso encomiabili a prescindere.
Non
hanno la visibilità, e forse neanche la classe cristallina, di altri
“concorrenti” del loro genere, un progressive rock nei primi anni, leggermente
velato di metal in questa ultima uscita, ma pubblicano un prodotto comunque
valido e più moderno della loro storica doppietta degli anni ’80, The wedge
e The sentinel, senza fare una piega nemmeno all’uscita di scena del
singer storico Alan Reed, egregiamente sostituito da Paul Mackie. In
questo la cura della produzione, da parte di Mathewson con assistenza della band
al completo, ha i suoi indubbi meriti.
Questo traspare immediatamente dall’opener Falling down, in cui sembra di ascoltare i Dream Theater, con la voce per l’occasione di Pandy Arthur, in bella evidenza, così come il lavoro chitarristico di Mathewson e l’imponente solo centrale di Brown alle tastiere. E’ qui che la chitarra di Mathewson annuncia la modernità del gruppo, coi suoi riff di metal quasi puro.
Anche
la successiva Crash & burn, nonostante una intro eccessivamente lunga,
colpisce per le tastiere avvelenate e per la potenza dei controtempi della
sezione ritmica, con la batteria in particolare. Anche Monster con le sue
frenate e ripartenze, con l’uso della doppia voce a dare grande solennità al
pezzo, chiuso magistralmente dal solo di chitarra, o il finale maestoso di
Something in the deep.
Affascinanti anche alcune sonorità ad effetto, come lo “squarcio nel cielo” di The alien Messiah o i ridondanti ululati horror che introducono Young God.
Però vanno segnalati certi momenti di eccessiva staticità: i lunghi parlati della stessa Something in the deep o della pur interessante The alien Messiah, o la breve e tutto sommato trascurabile Blackwood.
Detto dell’edizione limited con 6 pezzi live, tirando le somme un disco pieno di tecnica e di candido entusiasmo di un gruppo che cerca di stare al passo coi tempi senza snaturarsi, un prodotto buono anche senza far gridare al miracolo.